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”La peste” non ha mai ucciso nessuno (Camus)

  • domandeprofonde
  • 30 dic 2018
  • Tempo di lettura: 2 min

Il personaggio forse principale del libro di Camus (La peste, n.d.r.) è un personaggio che compare solo al terzo capitolo ed è un impiegato amministrativo, impegnato a ”cercare le parole’ per l’incipit del suo romanzo. E’ un personaggio coinvolto nel tentato suicidio del vicino Cottard, e che verso la fine, sembra emergere, diventando un personaggio sempre più importante, mentre i protagonisti cadono nell’ombra, e alcuni muoiono: per questo è un romanzo corale e magmatico. La peste, quando uscì nel dopoguerra, nel 1947, inquietò e fece riflettere a quanti lo lessero (160.000) , portando per la prima volta un vasto successo di pubblico a Camus. Ognuno di fronte all’epidemia di questa peste reagisce a suo modo – mostra Camus-: chi la  nega, chi ‘cerca le parole’ per il suo romanzo come Grand, chi finisce in uno stato di sogno, chi teme le sue cattive azioni come Cottard, chi non ci pensa e si impegna per gli altri, come il medico Rieux. Una sinfonia di personaggi asservita all’unico vero soggetto del libro: la città di Orano, città descritta come troppo ordinaria e tranquilla, in Algeria (la patria natia di Camus, n.d.r.). Dunque Camus è uno scrittore esistenzialista? Sicuramente la profondità filosofica e lo scavo che fa Camus sulla malattia e la sofferenza di Orano è precisa e particolareggiata, permettendoci di arrivare a risposte a domande come: cos’è la malattia in generale? come si affronta? perché esiste? E risponde a queste domande in modo veritiero e profondo quanto un testo filosofico. Camus, come dice Saviano Camus è un autore ‘che tiene compagnia nei momenti giusti’. A me ha tenuto compagnia con le reazioni di ogni personaggio che tenta di contrastare la peste a suo modo, finché tutta la città non capisce che può che abbandonarsi al volere della malattia e vedere come va. Un testo perfetto da leggere durante una permanenza a letto, a causa di qualche malattia, anche una banale febbre. E fa ragionare sulla malattia, sul suo significato, su cos’è, su come andrebbe presa.

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(La peste si accinge a bruciare sulla mia scrivania)

Il libro scorre velocemente, ed è considerato erroneamente come difficile, lascia soddisfatti, anche se il finale si fa, a mio parere, opprimente e indistinto (e volutamente, credo, da parte dell’autore) a causa dell’arrivo totale della peste, che tutto sommerge. I dialoghi dei personaggi sono freschi e frequenti nella narrazione. Il punto più originale, secondo me, è mostrare che chi si abbandona, chi accetta la malattia trova salvezza e a volte la felicità, o guarisce. Io l’ho letto nella versione Bompiani, che consiglio, di grande formato, nella collana classici contemporanei, che racchiude quasi tutte le opere di Camus; la stessa casa editrice di Carmelo Bene, e, sarà un caso, che Carmelo Bene (il celebre teatrante a cui ho dedicato un articolo, n.d.r.) diceva, forse provocatoriamente, che l’incontro con quei libri (di Camus) fu l’incontro letterario e anche extra-letterario più importante della sua vita (Carmelo Bene rappresentò di Camus, dopo avergli chiesto il permesso, il suo Caligola).

 
 
 

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