A un genere letterario classico e ancora sconosciuto: provocatori depensamenti
- domandeprofonde
- 13 ago 2022
- Tempo di lettura: 28 min
1 Oasi
Noi, noi che non vogliamo essere trovati e siamo gli scrittori più importanti del secolo (o magari gli scrittori di nessun secolo, e per questo unici!) Questo chi l’ha detto, se non io?
Guardo le stelle, e penso che magari, dall’altra parte della galassia un altro scrittore ha le mie stesse tematiche (strano?) e soffre come me così stretto in una temporanea bolla insonora di ansie, navigante entronauta alla deriva tra saggezza e pazzia, che nei suoi percorsi cosmici, si trova a navigare nella secca, dove l’acqua è bassa e stagnante.
Vedo la sabbia, le dune e forse un altro beduino… È festa! È festa!
Non c’è neanche ambiente, noi dove siamo? Eremiti luminosi nella sabbia vaganti, nella santa cenere bianca che ci cospargono sul capo all’entrata nelle oasi.
Credo che nella vita tu puoi attuare dei miracoli, se vuoi, per gli altri. Per esempio, se sei importante nel tuo campo, contatta chi non lo è. Ferma un barbone per la strada e dagli diecimila dollari (c’è chi l’ha fatto). Se sei una bella ragazza contatta i brutti. Questi sono miracoli materiali che puoi attuare. Poi ci sono tutti i miracoli per la crescita interiore e esteriore, ma la vita tuttalpiù è parodia. La vita è una parodia della vita, per questo mi riferivo a miracoli più materiali e divertenti che anche tu puoi attuare con un sorriso, e non annoiano, non costano costanza o fatica.
Non pensate di commuovere un dio, dovete tirarlo voi giù dall’altare. Ma dobbiamo confessarci prima le peggiori sconcezze.
Bisogna pensare a grandi storie, ma bisogna anche raccontarle. Per esempio, storie inutili, oggi non vanno le storie di cavalieri, ma le storie inutili. A me piace fare solo pezzi di bravura, ma non so raccontare. Sostanzialmente metto insieme immagini e stimoli diversi come in un sogno, non so da dove vengono questi stimoli e non ho l’attenzione, lo sforzo di farli combaciare in un quadro generale e finalizzato a una storia, a un genere.
Di solito voglio fare tutto da solo. Alessandra mi ama.
2 Le donne e i sentimenti (per una vita dell’artista da giovane e dei suoi Maestri)
Raccontami di questa Alessandra. L’ho conosciuta ad Alessandria.
Ho capito una di quelle che il faceto odia e non consente?
Conosci anche tu quella poesia? In realtà l’autore di quella poesia si è ispirato a una mia poesia. Comunque, comunque, ti ho visto subito in mezzo alle dune con quell’aria trasandata e vile di chi tira avanti con i suoi pensieri, le sue idee diverse dalla media (anche perché in un deserto di media non ce n’è), e idee stravaganti su ogni cosa che va avanti con progetti grandiosi che scricchiolano. Comunque… ti continuo il racconto.
Ferito a morte da una separazione con la mia donna ideale ancora prima del primo fidanzamento, tentavo, con la comicità di dare un volto istrionico all’assurdità della mia vita e alla consapevolezza del peggio. Ero imperfetto e non volevo spiccare il volo, o prendere il mare e ormai era troppo tardi. Nessuna donna da inventare, perché io avevo già il cuore spezzato, nessuna che potesse curarlo, perché non era neppure intero, e non era stato mai intaccato e libato da nessuna prima, mi chiedevo chi me l’avesse spezzato. Nessun amico che potesse rimestare in quel sangue torbido con gentilezza e sapienza di medico. E allora scrivere, scrivere, scrivere, nell’afa ormai pluviale, scrivere a fondo perduto per distrarsi dai classici vizi (fumare, bere, giocare d’azzardo). Avevo sempre sangue nuovo e compravo o prendevo a prestito libri a fondo perduto accumulandone tantissimi, come promessa di accumulare conoscenza, ma non c’era esperienza capace di distrarmi dalle illusioni e dal sangue infetto in quei libri. E lì al mio scrittoio studiavo, ma temevo di diventare scrittore
Nella nostra epoca, c’è di tutto, caro amico, ci sono tutte le epoche precedenti a me sembra più studio, ci sono le corti rinascimentali con i loro intellettuali perbenisti e ipocriti, ci sono maghi e streghe del consumo, sirene odissiache con le loro seduzioni, c’è un medioevo ottuso e imperante delle menti condito da pubblicità di progressismo spinto. Per questo non ho mai tentato di scrivere e di fare la figura dell’intellettuale, scoraggiato ab origine da questo quadro pittorico che mi ero formato nella mente e che in parte corrispondeva alla realtà. Preferivo le donne (con le quali avevo poca fortuna), il bere e il lupanare. La vita da scrittore maledetto prima ancora di scrivere.
Immediatamente quando le cose ci vanno male speriamo che vadano male anche agli altri e questo è un problema, in primis per noi.
Dopo alcune disavventure, al livore della nostra epoca, preferii, forse sbagliando, i Maestri, ma non i maestri schifiltosi di cui ero circondato che insegnavano nelle scuole, ma quelli che trovavo ubriachi o sobri a seconda del loro umore del giorno (solo gli intellettuali fingono che l’umore non cambi nel corso delle giornate quasi posticci maestri zen contemporanei) e che il giorno dopo trovavo sereni in abito da sera a raccontare alla folla le loro imprese, erano i Maestri, erano gli Eroi, di cui io ero in cerca. Dopo alcune batoste (per me tutte le batoste sono in ambito sentimentale, perché riguardano il mio investimento sentimentale ed erotico sproporzionato – in questo caso maschio o femmina non fa differenza) esce fuori una prassi, un modo di comportarsi, ma non ti anticipo niente. Diffida quindi delle scuole se posso ergermi a qualcuno che dà consigli, ma cerca bar, crocicchi, luoghi di zona franca per eccellenza, dove persino i professori si lasciano in certe confidenze ellittiche, provocatorie e recalcitranti sulla cultura, senza voler mentire dicendo che anche nelle scuole e nelle università si possono intercettare tra una riunione e l’altra in un corridoio gemme isolate che hanno dovuto accettare un ambiente con la sorniona servilità dei geni. Quello delle scuole è un sapere automatizzato, l’automatizzazione del sapere, sapere che non vuole diventare, per partito preso, conoscenza; altrimenti sai quanti geni uscirebbero dalle scuole, non li si potrebbe più contenere, si rischierebbe la felicità, che è mancanza di consumo.
Diffida, se puoi, eccetto rari casi, da quelli che ti vogliono far costruire un pensiero, che hanno certezze, ma fidati di quelli che vogliono togliere, semplificare (quale io ancora non sono).
Una sera ho le gambe molle ma che vanno da sole con l’amore per la fantasia e le cose vere verso un bar. Mi siedo di fronte a una donna. Ci vorrei provare, come al solito. Ma questa volta intuisce tutto – credo – e mi mette un dito sulle labbra e mi dice di raccontarle di me, anche se non proverà nessun sentimento, perché – dice – è nata così: filofobia, o una cosa simile, non può provare sentimenti per nessuno, ma dice – è molto bella – sa ascoltare, ha tutta la sera libera e vuole ascoltare proprio i miei racconti perché mi ha già inquadrato nelle sere precedenti quando bevevo tutto solo al mio tavolo. Stasera non ordino niente e inizio a raccontare un po’ a lei un po’ a me stesso.
Tu allora confondi i Maestri con le donne! Il sesso è un valido Maestro!, ma io faccio buca, in questo caso, comunque aspetta il proseguo della storia.
Sono convinto di vedere le persone ma so che non sempre li vedo nel senso corretto della parola, e loro probabilmente chissà cosa non vedono in me, quindi non si conosce mai, per il semplice fatto che non si vede; pertanto, tutto ciò che dico sulle persone va preso presupponendo questa premessa. Mi ferisco con niente, anche solo guardando un’immagine.
Nell’aria, nel bar qualcuno mette su una canzone: I’ te vurria vasà… è un’immagine, un’immagine sonora messa su al jubox da qualcuno con la nostalgia dei suoi posti; ma la nostalgia è una malattia, tranne la nostalgia spirituale. Sono venuto qua tre giorni la settimana e nessuno ha mai messo niente. Tutti sono occupati a fare altro, per questo si ha tempo di osservare.
Immaginiamo un caso (che non sei tu). Ecco per esempio, la cameriera. Riconosco i suoi sforzi di insetto, dietro quel carapace metallico, di svalutare la sua figura naturalmente attraente, perché così gli hanno insegnato, a esser riservata (solo io, nella mia pazzia e sensibilità, credo di accorgermene, di vederlo?), quei suoi sforzi di insetto… Improvvisamente ti vedo, vedo una ragazza, mi piace il suo lessico, mi piace il suo modo di pensare, mi piace come veste e come le scendono i capelli sul corpo; quasi non capisco come le scendono – è improbabile che scendano così da una testa, mi dico, e invece – ciò che colpisce è anche il loro colore che non è biondo e non è castano e ricorda quelle ragazzacce che giocano con sassi e bottiglie al tramonto in un campo rom, oppure una di quelle rachitiche circensi snodabili – anche a letto – o un maiale, o un cavallino grazioso.
Questa ragazza, mi darà buca, ma grazie a lei conobbi il più grande amico della mia vita: me stesso. Ma non subito me ne accorsi.
Semplice, con occhi sinceri, privi di giudizio (appunto come quelli di un animale nel bosco con gli occhi dilatati dalla luce), pronti a fare qualunque cosa per te (spesso l’apparenza fisica stride tremendamente con il vero carattere e gli atteggiamenti). Poi arrivano una serie di immagini secondarie, che enfatizzano i sentimenti sopraesposti, in cui la ragazza fa cose che non le ho mai visto fare ma che presumo possibili – almeno in un universo parallelo – da alcuni minuziosi particolari: lei è zingara, è circense, è tedesca, fa equitazione, eccetera; come dicevo non sono illazioni a caso: partono da particolari: un orecchino che sembra rubato, una positura atletica. Sì, ecco, l’equitazione è lo sport che trovo più sensuale e che preferisco che una donna che conosco (anche da poco) pratichi. Mi sento un po’ stupido a scrivere questo perché se a lei lo dicessi, direbbe che è inventato. Il suo naso a forma di maialino, eppure di una assoluta delicatezza, il suo modo di fare schietto e pratico, al contrario del mio – che non lo è per definizione anche se in alcuni momenti sono più pratico di molti -, insomma tutta una serie di cose che diresti inventate, oltre all’attrazione fisica che ho provato già nel primo incontro e ho taciuto nei successivi venti.
(A cosa serve la poesia, se mi basterebbe, la prosa, la realtà? A niente, la poesia è guerra al proprio interno. Guerra che non voglio vincere, né perdere, perché non vorrei giocare anche se tu, quando ti ho chiesto qualcosa, dovevi partire, andare via, e allora rischi di diventare l’ennesima mia musa alimentando quel senso di cuore malato e d’ignota spia sovietica che nella neve si dispera per il suo amore bevendo vodka. Allora è stasi. Stasi che è già guerra interna come la guerra del Peloponneso. E in mezzo il mare: il vasto mare, coi suoi sonar di morti che lo inquinano).
Mi innamoravo di qualunque donna persino di qualche passante e pensavo che in fondo, con un po’ di accomodamento sarei potuto stare con ognuna; e mi chiedevo come anche gli altri non fossero così: come fosse possibile che tra due esseri umani non nascesse sempre o quasi sempre se non amicizia, attrazione o amore. Con un carattere e una fenomenologia del genere mi restava il ruolo faceto di diventare pazzo o quello interessante di diventare poeta, scrittore di professione oppure diversamente profeta, mistico, eccetera, eccetera.
Immaginavo già con te delle passeggiate calme nella pace dell’alta montagna, perché forse con te – non solo io – molti immaginerebbero una cosa del genere – e questo non fa di me una persona originale – e è come affezionarsi a un singolo gatto in un’intera gattaia.
Molti dicono, è perché sei solo, io dico, è perché sono in compagnia. So solo che solitudine attira solitudine, donne attira donne, amici attira amici, eccetera, eccetera, eccetera.
È vero altre volte non trovo una donna immediatamente attraente, ma secondo la mia sensibilità, “curiosa”, da studiare, insomma anche in questo caso da voler conoscere meglio senza ancora esserne innamorato.
Il mio ideale è dire a una donna appena conosciuta: “ci conosciamo da un minuto e vedo che tieni già me” e andarci subito a letto. Dicono che è un modo per fare colpo, per voler riuscire bene alla gente. Può anche essere. Anzi sicuramente. Dopo sposarsi, fare figli, e quando sono grandi separarsi, ma ci vorrebbero innumerevoli vite, direste, per trovare l’equilibrio, e noi dobbiamo imboccarla giusta alla prima, ma come è possibile? La vita, si può solo sbagliarla.
Ardevo dal desiderio Dopo aver ordinato una tequila per sfebbrare un po’, e essermi scambiato i dati della carta di credito con la donna che mi guardava con gli occhi marroni, tendenti al verde, al celeste, ma come? Ora che ci conosciamo non dobbiamo passare almeno una giornata insieme in cui perdermi nei tuoi occhi? Invece esco e sto zitto. Dicono che non riesco a staccarmi dalle cose né dalle persone. E che male c’è? Che sono troppo sensibile, empatico, fino a debordare fuori di me, verso l’altro.
Avevo la mia tequila, d’accordo. Ma in ogni operazione quotidiana la mia ipersensibilità – e le ferite della mia vita – mi facevano sentire una nostalgia e un attaccamento incredibili come se si trattasse di riconoscere un figlio – certi impiegati li sentivo come se potessero essere miei figli – o separarmi da mia madre o la mia amata. Per questo era una tortura fare quelle che molti chiamano “un po’ di commissioni”. Mettiamo una barista (o un medico o una psicologa, come mi sembra che hai detto sei tu), dopo un tratto di vita anche breve – e cose personali che io ho detto a lei – restare indifferenti e non volersi conoscere, come due figure fantasmatiche nel deserto che si ignorano. (Ecco le mie avances a molti medici, psicologi, psichiatri, e bariste).
Quando stavo con te, per esempio, ero solo io a passare la mia vita al setaccio, potevo essere da solo, tu mi accompagnavi, e sarebbe stata la stessa musica. La vita è un contrappunto di musica in cui si indaga noi stessi. Quando stavo con te ero pieno e avevo messo su una musica da meditazione nella mia mente e non mi fastidiava una mosca. Quando fui da solo piansi molto, ma poi fu la stessa cosa… la stessa musica da meditazione nel mio cervello mi fece scoprire le cose più profonde, disparate, e spericolate.
E quando tutto va male, e lei non ti ha risposto, fidati, si va a letto lo stesso, da soli, si mangia, si esce e si rincasa anche più allegri, senza smancerie e perdite di tempo.
Questo solo perché ho nostalgia dell’origine. Il sogno della mia vita idealmente è quello di avere accanto una donna con cui condividere ogni cosa. In realtà vorrei una donna perfetta, che non esiste, con cui tornare indietro nel tempo, e – mi faccio schifo a dirlo – risentire il tepore materno, ricompiendo a ritroso il percorso di crescita, pur restando me stesso, adulto con le mie facoltà, dite che è possibile? Ad ogni modo questo è il mio sogno romantico che non ho e temo di avere, e lascio il giudizio al lettore, che tanto meglio in realtà se si astenesse dal giudicare. Sono ambivalente, faccio ambivalenze, anfibologie. Il mondo andrebbe bruciato, perché è troppo dilaniato al suo interno.
Lei sapeva di apparire un po’ sciatta, nonostante il ruolo importante che rivestiva (psicologa), essere semplice da conquistare, facile, alla mano, e un po’ maschiaccio, seppure si curasse e sentivo nel suo comportamento che voleva contrastare questa sua immaginane con modi distaccati e professionali, ma non poteva impedirsi di essere come era, anche se cercava di sagomarsi un ruolo, e le scocciava: ne era consapevole!
Le cose le si ottengono quando non le si vuole più ottenere. E una ci sta e un’altra no. E conto così un’altra che crede meno di quanto io credevo, io nei sogni impossibili e azzurri, lei in un’ala di grigio fumo dentro sogni realistici quanto impermeabili e quotidiani, e via… un’altra persona da catena di montaggio. Nella fantasia, invece, ci piove dentro. Certe persone sono per un minuto, altre sono per sempre, ma io le confondo perché in quel minuto vivo l’eternità e vorrei stare sempre col loro, attaccato: invece, poi, devo tagliare i fili.
Meriti di morire solo, dicono. Ma magari. Si nasce e si muore soli. O male accompagnati. O ben accompagnati, ma mai quanto da se stessi.
Però aveva la stazza di chi fa le cose corrette, nelle regole, e poi pretende di avere potere su chi non le fa. E con questo riuscii a non innamorarmi di lei. Porco e romantico, mi dice. Mi disse, allora, cambiando tono, che per le serate che ero entrato fuori orario, avrebbe dovuto fare verbale alla coordinatrice. Ero infatti entrato per baciarla almeno una quindicina di sere-notti, alcune delle quali passate a bocca asciutta, altre volte c’era stata, ma lei cosa viveva sempre lì? E tu come ti giustificherai? Ma lei il modo di giustificarli lo aveva già pensato tutto e quello a cui lei si faceva verbale ero solo io. E va bè.
Forse è la scrittura che crea se stessa, non ci do peso.
Dissi alla donna che voleva sapere più di me che avevo da raccontargli soprattutto disavventure amorose e sogni donchisciotteschi. In realtà sono un totale represso, vorrei che le ragazze si coprissero, ma non lo dico. In realtà, mi piacerebbe vincere facile, se no che gusto c’è a vincere con sforzo e minuziosa attenzione a tutti i passi atti a realizzare qualcosa, come spesso invece avviene un successo.
Di professione fai la psicologa: a me basta che una che si intenda di psiché – non per provarci ora con te, non mi permetterei mai (o forse si?) – per avere una donna un po’ diversa dalla media con cui poter anche parlare, e penso che il fatto di fare quel mestiere sia spia bastevole di un interesse in questo senso, alla natura e alla coscienza umana, alle sue inquietudini, ai suoi demoni. Io faccio caso a queste cose, e al culo. Il tuo non lo vedo perché sei seduta. Nella mia ambivalenza non ho mezze misure e mi importano solo gli estremi. Per esempio, il contatto più bello con una donna per me sarebbe segreto e remoto come sentirla telefonicamente di nascosto mentre sono costretto a presenziare a qualche festività, che so a qualche battesimo, a gite familiari non volute; questo è il mio sport preferito (messaggiare di nascosto). Come dicevo, la cosa migliore è essere presi alla sprovvista dagli eventi della circostanza e – al contrario di quello che dicono alcuni abitudinari – essere sorpresi dalla fortuna, se no che gusto c’è se non si vince facile. Le donne devono essere date in sovrappiù quando sei povero, se arrivano quando hai soldi e successo non sono buone. Magari – sicuramente – sono bellissime ma a quel punto non c’è gusto a vincere così. No, le donne devono arrivare come un premio. Per esempio, proprio come da bambino mia mamma mi comprava inaspettatamente il gelato. Insomma, se vinci e meriti non c’è gusto, è quando non meriti, ma acquisti ugualmente che le cose si fanno interessanti, senza essersi costruiti prevedibilmente pezzo per pezzo quel successo quasi garantito (nulla è garantito, per fortuna, tranne ai miliardari, che possono morire da un momento all’altro o annoiarsi tra persone che hanno circuito e che stanno con loro per comodo).
Le donne io le penso in forma di regalo.
Hai un interesse per me?, mi chiese a quel punto preoccupata. Come? Hai un interesse per me? Non ti preoccupare, cara, riposi, succede sempre. Cioè come dicevo, mi emoziono e sento trasporto facilmente per chiunque, perché trovo sempre dei lati positivi e estremamente interessanti anche nel campione degli anonimi, che sarebbe a quel punto interessantissimo per la sua anonimia.
Mentre sei di fronte a me al bar, ti racconto tutte queste cose, perché me le hai chieste. Mi ascolti? Mi pare di parlare da solo, e mi piacerebbe anche di più, perché sarei a mio agio con me stesso. Penso, poi, ti ho immaginata: ma sei in carne – e che carne!- e ossa qui davanti a me e stai ascoltando come in un film straniero senza sottotitoli.
Alle volte vorrei assistere a qualcosa di epocale, di tremendo, una distruzione, per poterci essere stato, qualcosa che una volta per tutte metta in chiaro chi siamo e chi non siamo, un evento terribile che schiarisca i fatti e metta la palla al centro, a zero: da lì si ricomincia; e avremo chiaro il ruolo delle nostre anime squadrate. Questo mondo ti distrugge, chiedo solo un po’ di pietà. Piango, a volte, anche qui, in un bar, o una taverna o quello che è, che è oscura e molti angoli d’ombra impediscono al barista di vedere qualcosa, se non si sposta dal suo bancone. Così noi siamo, come soli. E lui non si deve spostare dal suo bancone. È la legge. A me, piacerebbe che tutti stessero ben dentro alle regole della legge, solo a me sarebbe data l’opportunità di infrangerle solo quando lo ritengo opportuno o intelligente. Utopia. Arroganza, di essere sopra le parti. Parlare con te calma il dolore perché so che puoi capire. Alcune trovano un uomo e muoiono letteralmente con lui, sono le ragazze delle scuole superiori che si chiudono dentro un talamo per il resto dei loro giorni perché la loro famiglia insieme al Cristo gli hanno insegnato di credere nell’amore eterno. Secondo me, invece, scusa la parola, non si può pagare – in tutti i sensi – troppo per un culo, e non lo dico io, è la maggior parte delle persone che oggi non ha altro da offrirti che il culo. Lei mi offriva cultura, amore, tradizioni, belle serate a parlare di Proust, per esempio, con un prosecco in mano. Invece, molte persone oggi offrono solo il culo, e un culo è solo un culo; scusa la tautologia. Sai cosa, una volta volevo andare ovunque, ora voglio vivere nella mia cazzo di casa. Sono meno espansivo. A me credo piace più soffrire per amore, che amare, e in questo periodo non soffro abbastanza d’amore, soffro sì, ma di solitudine e noia e vuoto. Io faccio presto a rifiutare un culo, il mio impulso sessuale è soggetto a orgoglio e noncuranza, anche se è intenso molto spesso.
Sì, mi sentivo attratto verso questo tavolo, sentivo un’energia magnetica nell’ombra, sapevo che dovevo raccontare tutte queste cose a un’unica donna filofobica verso cui non provare niente che non avrebbe potuto provare niente per me, neanche disgusto, perché fa o si finge psicologa, come te.
Da bambino? Vuole sapere com’ero da bambino? Da bambino ci sono due possibilità e due tipi di bambini, quelli che saranno sani e robusti che da bambini sono dei bastardi che urlano e fanno casino per accampare i loro diritti sempre schiacciati dagli adulti, e quelli calmi che se li fanno schiacciare e falsamente sorridendo agli ignari adulti, vivono già dentro l’anima propria creando un proprio universo esistenziale e morale, non impermeabile alla malinconia e all’intelligenza. Alla fine, i rapporti con gli altri sono sempre misteriosi, gli altri possono essere pura nel peggior modo egoisti e mal disposti, ma se noi siamo aperti finiamo nelle loro braccia come dei cristi in croce, anche se di solito se noi siamo ben disposti troviamo degli altri ben disposti. Quindi, anche vedere la bellezza o la bruttezza fuori negli altri e dentro è una scelta.
Sbadiglio perché la donna costa troppo, tanto vale non avere neanche impulsi sinceri di sensualità o amicizia perché costano in tutti i sensi. Per questo in me l’impulso sessuale è intenso, ma discontinuo e a volte soggetto a depressione, perché tutto costa, anche un bel volto e spesso te lo fanno pagare in termini emotivi o economici come degli spietati esattori, come se fosse una merce, e l’unico modo di amare non fosse donare, invece, come dicevo prima, tanti bei culi in vetrina, che io ho troppa pigrizia per volere (mi pensa il portafoglio e il cuore).
Insomma, mettiamo che ti fidanzi, dicono: non starai più solo. Spauracchio. Ma verità. Per questo preferisco stare solo. Per me tutto quello che ha a che fare con l’amore, i rapporti con gli altri e in particolare le donne, di cui ho quasi paura, e nei confronti delle quali temo quasi lo stupro, è problematico. La vita da single, invece, è fatta di piccole gioie improvvise e crepuscolari, sporadiche e periodiche, trapuntate come minute luci distanziate in un firmamento.
C’è da dire, che certe attività, come l’essere fidanzati, abbassano immediatamente il Q.I., altre lo alzano. Questo testo potrebbe chiamarsi Single a vita oppure Nato per essere… e il mio nome. Si dice: è l’uomo che conquista, è la donna che seduce. Però, l’amore che non nasce come amicizia è sterile. Per questo più che sedurre e conquistare (si trattasse di un paese…) bisognerebbe capire e capirsi (anche da soli, magari, prima) se si è fatti o no l’uno per l’altro e mettersi insieme, se si è fatti o meno per se stessi e non suicidarsi; altrimenti bisognerebbe razionalmente concludere che ogni donna è virtualmente giusta per qualsiasi uomo e viceversa.
Perché queste divagazioni, direte? Perché mi piacerebbe leggere un romanzo così, cioè il romanzo di un altro scritto così, però non c’è, e devo prendermi la briga di scrivermelo da solo.
Una volta di una ragazza avevo colto fino in fondo, e con commozione, la presunta fragilità (la conoscevo a pena), volevo correrle in aiuto, ma lei sembrava scostante, orgogliosa (non le piacevo), volevo starle accanto come un amico, o un padre, seppur con interessi incestuosi, ero sincero nel mio voler essere solo un amico ( o mi ingannavo, per forza dell’abitudine?), così in due solitudini non ci siamo sfiorati. Che poi, se dicono che l’uomo deve conquistare, va bene, ma io devo essere conquistato, è come la storia del “La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore” (Graecia capta ferum victorem cepit), cioè mentre io conquisto, sono conquistato, è un attivo che si fa passivo e un passivo che è attivo. Non c’è conquistato e conquistatore, in realtà, c’è solo l’incontro e la compenetrazione. Questo si può dire a mente fredda e in generale, da uno non innamorato come me, ma molto poeta innamorato, poi i casi particolari sono casi particolari.
Io in particolare, sono particolare, perché aspiro all’impossibile (in partenza) desiderio mistico di compenetrazione spirituale e carnale, cioè sentire un attaccamento perfetto (secondo solo a quello del feto e la madre): mente-mente, cuore-cuore, corpo-corpo (l’anima lasciamola ai singoli), in una simbiotica e embrionale rispecchiarsi, un fuoco sempre accesso e vicino.
Poi se ci si vuole sposare… Si può fare di necessità virtù, per questo vale la pena, allora, essere sposati, per avere un limite esistenziale e creativo – un limite che per assurdo stimola e indirizza la creazione – che con la sua prigionia sprigiona una liberazione, ma, se non ci si sposa, si può fare anche di virtù necessità, se si ha virtù, non è necessario dividerla o rubarla a un coniuge che non c’è. La trappola spesso è un rifugio o una necessità. D’altro canto, se la nausea è segnale di un nuovo amore, di una nostalgia (la nostalgia non è mai buona) o di una gravidanza, non provare mai amore è come non esplodere mai in mille pezzi e fuochi, è come essere sempre compatti e unitari, mentre l’anima deve decomporsi e sminuzzarsi di tanto in tanto per riraggiungere l’intero.
Io, mi innamoravo, mi sposavo, avevo figli, con un’unica ragazza, appena conosciuta, nella mia fantasia, in un’unica ora.
È molto più economico e indolore. Pensate all’agonia di dover corteggiare avendo per risposta atteggiamenti preziosi e sdegnosi (che spesso ci sono anche se lei vuole starci), cascano le braccia, perché se devo fare tutto io allora non ho a che fare con una donna ma con una bambola gonfiabile che devo muovere da solo in tutto simile alla plastica.
Le luci in questo bar sono veramente soffuse. Nell’infanzia ci sono immagini che non sembrano semplici pezzi di mondo, ma pezzi del centro del mondo e non lo sono, nel tempo non lo sono più, come: persone che esercitano il comando con il potere del malumore, divieti insindacabili, libri bellissimi e proibiti, eccetera, eccetera.
Tanti miti che non sono quel che è. Non si nasce imparati. Io frequento molti preti che sono amici di amici e più volte ho detto di essere credente, e credevo di esserlo, ma nel profondo dell’animo, se scandaglio un po’ o sogno, sono ateo razionalista. Non sogno un Dio personale, al massimo uno spirito guida, perché in Dio non credo, chi ci crede magari, lo sogna anche, e ha visioni. Io credo nella consapevolezza, nell’intelligenza e nella natura. A volte mi scopro succube di ideologie vetero-comuniste e capitaliste, e chi non lo è se scandaglia bene? Per il resto mi sento un ateo con una nostalgia spirituale, o un ateo spirituale. Insomma, cerco di non attaccarmi troppo alla vita, anche se finora ho detto il contrario.
Fui contento, per esempio, quando nacque mio fratello perché ero attirato dal mistero della nascita.
Terribile e sacra sorse davanti a me la nuova immagine mille volte intuita di me stesso.
Questo romanzo, spiritualmente parlando, è una proliferazione mentale.
3 Il razzismo inconscio e la scrittura (per una parodia della parodia)
Ora le racconterò del mio movimento sconosciuto.
Il racconto era finito. Ma questo racconto, dico, come le è uscito? Quei personaggi li ha incontrati nella vita o sono suoi?
Quei personaggi sono io. Sono pezzi della mia anima camuffati da paure.
E così, ho scritto il mio racconto, situabile, secondo tutti, in una qualche avanguardia ancora di là da venire. È un modo educato per dire che non si può pubblicare o non si può leggere? Ma si può almeno leggere? Bisogna sempre situare, definire le cose e i movimenti letterari (?). E se la pensassi io questa avanguardia? L’astrattismo. Simile a carcerati e bambini, parole come assemblaggi inconsci, pezzi di anima camuffati da paure.
Un altro elemento da tenere presente è il rapporto con il lettore: di disprezzo, provocazione, presa in giro e tentativo di sabotaggio della sua lettura. Mi definisco libero, anarchico, ricercatore entronauta.
Perché i racconti devono essere per forza di fantasia? Io non so usare la fantasia. La realtà di tutti i giorni è già più che fantasia. La fantasia deve essere verificata.
Il mio è un astrattismo simile a quello dei bambini (o di Kandinskij). È un astrattismo provocatorio come assemblaggio inconscio.
Ero un involucro vuoto, niente dentro, niente fuori, entro cui scorreva energia, ero un volto anonimo tra la folla… Poi mi fiorì un volto.
Posso essere qualcun altro per un po’ trasferirmi nel corpo di un altro. Io voglio scrivere così: i miei personaggi devono cambiare, soffrire, esserci, altrimenti, tanto vale che siano maschere, personaggi ad arte, che giocano impersonalmente il loro ruolo nella storia, come involucri vuoti, inventati a tavolino per risolvere un omicidio.
La mia fantasia è talmente ristretta che devo scrivere di quello che ho vissuto e io ho vissuto in laghetti di inquietudine e intercapedini di infelicità fino a ora che non hanno una loro consistenza narratologica, ma una assurdità e una confusione mentale che mi permetterebbe di fare la vita dissoluta dello scrittore senza scrivere niente.
Sembro uno che, mentre tenta di ribellarsi, va proprio, con i suoi tentativi, sempre più a fondo nel destino che gli era segnato. Sarà una visione pessimistica, ma a volte mi pare proprio così.
Il mio racconto non racconta niente. Non si può dire, quel racconto parla di… Quel racconto è una serie di immagini interne spiattellate sulla pagina senza nessi come un caleidoscopio che assomiglia più a un garbuglio, devo trovare la luce e il bandolo della matassa.
Pensavo, i miei racconti non raccontano niente perché non ho vissuto, o non ho vissuto perché i miei racconti non raccontano niente! Ho come una febbre, devo scrivere, e sono ridondante, come Michelangelo senza la selezione, senza il togliere, nessun oggetto può diventare artistico, rimane solo una marea di spazzatura di quello che abbiamo dentro, allora non rimane un’immagine unitaria, ma si dissolve in niente come un ipermetrope, che vedendoci troppo non vede, perché vede tutto e non seleziona.
E allora è per questo che mi fate la morale. Il mio racconto non è abbastanza bello per stare al di sopra della morale. Chi si sognerebbe di dire che i grandi autori – che hanno inserito molti particolari razzisti nei loro libri – sono scritti male, o non andrebbero più letti?
Non so come dire, non mi interessa avere una faccia pubblica.
Più che raccontare storie anonime e magari ben costruite ma, diciamo così esangui, il mio forse malato stile di attaccamento mi impone di scrivere solo storie che esprimano la mia interiorità.
Quindi i miei racconti non hanno tema, oppure hanno per tema l’assurdità e l’assenza di senso della vita.
Oggi i romanzi sono parodia, senza saperlo, i miei sono parodia della parodia.
Non orchestro il racconto, nel senso che non so dove va a parare per me, posso solo affastellare degli elementi che sono per me carini da mettere in un racconto, ma non so perché lo sono. I miei racconti mostrano qualcosa che io stesso non so di me, e non so orchestrare, la mia paura, la mia insicurezza di dirigere un racconto in una maniera che io voglio.
Per esempio, perché nel racconto la ragazza inizia a parlare in un’altra lingua? E io che ne so. Come dire a uno che dipinge quadri astratti per sfogare la sua creatività e espressione perché ha fatto una riga in un certo modo. Perché il protagonista mette persone a caso in prigione? Per lo stesso motivo.
Quando è ambientato il racconto? Se è medioevo, va bene, ma non è medioevo, anche perché io ho una conoscenza limitata della storia.
Del resto, un racconto non dimostra alcunché altrimenti sarebbe una dimostrazione scientifica, perché racconta allora? E chi lo sa. Forse racconta anche pregiudizi. Forse perché il significante è un sacco in bocca al significato e l’inconscio è articolato come un linguaggio.
Come uno che ha sempre letto male e vissuto male e ora per riscuotersi dai suoi crimini inizia a scrivere narrativa, pensa di esprimersi non più con le sue azioni disastrose, ma coi suoi scritti che nel frattempo possono fare in modo di far conoscere a qualcuno quello che lui pensa, la sua interiorità e magari capire qualcosa in più di se stesso (ma l’interiorità è spesso illusoria e costruita) e magari tirare su qualche soldo.
Tengo così tanto agli altri che quando i miei genitori li vedevo stare male o un minimo distanziarsi da me, li iniziavo a istruire con tutto quello che sapevo per stare meglio, magari era una mossa egoistica. Ma la mia vita non sembra avere una trama. Quindi, raccontare…
Cerchiamo sempre dilemmi…
Ora, non è detto che se sembra di non avere nulla di importante da raccontare… Anzi, mi sembra di averlo… ma di non riuscire a organizzare esattamente che cosa, per esprimere qualcosa…
Potrei raccontare la sofferenza. Si può raccontare la sofferenza?
La mia intelligenza nei racconti viene fraintesa.
Noi siamo piccoli e sbattuti tra le temperie della società e cerchiamo di capire noi stessi e di tirare a campare come possiamo: io scrivendo racconti!
D’accordo d’accordo, voi dite allora che non ho scritto un buon racconto, semplicemente, solo per questo lo accusate di razzismo! Può essere che non abbiamo scritto un racconto abbastanza bello da giustificare un’ironia che a voi fa storcere il naso. Non so magari, anche voi vi ci riconoscete, perché siete stati razzisti qualche volta.
Può darsi che qualcosa che dice molto a una data sensibilità dica ben poco a un’altra! Quindi a che serve scrivere? A radunare consensi? Non credo, scrivere può essere un aiuto per i cercatori, non per giudicare uno scritto.
Abbiamo dentro di tutto, magari qualcuno non ha una vita interiore. Abbiamo dentro una serie di schifezze e alcuni vedendole fuori prorompono: che schifo. Ecco: siete voi. Siamo noi. Mi piace l’ironia, il razzismo, e l’ironia sul razzismo. Si scrive solo per pensare di aver un punto fermo, per dividere la vita in piccoli obbiettivi. Un racconto inviato per esempio. E il mio precedente racconto inviato ha elementi razzisti, secondo qualcuno, ora, sono io razzista? Può darsi. Penso che, scandagliando, tutti un po’ siamo diffidenti verso chi è diverso, se non altro per una timidezza, paura di non conoscere i costumi di qualcuno che viene da lontano e si teme di offendere o di non essere capiti. Mi sembra normale. Mentre il termine razzismo, normalmente, lo associate subito mentalmente con altri termini come “camere a gas”, “Hitler”, “campi di concentramento”. Più negate questo, più questo ritorna fuori: la storia dell’umanità e delle singole anime, lo insegnano. Io ho fantasia. Non sono antropologo, non sono abbastanza scientifico, e magari qualche antropologo mi direbbe che scientificamente il mio approccio non ha veridicità perché il diverso si può conoscere: non lo nego! E si può conoscere anche con l’ironia sul razzismo, come ho fatto nel mio racconto!
Abbiamo dentro di tutto e alcune cose escono fuori e diventano un racconto.
Non spero e non aspiro a essere innocente, spero solo di essermi spiegato bene e esaurientemente.
Spesso mi chiedono cosa vuol dire questo o quell’altro: la poesia non è un romanzo giallo!
4 Assoggettati
Io invece godo, nel rappresentare personaggi abietti, così abietti come siete voi!
Quei personaggi sono io.
Intanto lui si è sposato e pare che, come in un sogno a specchi caleidoscopici, non riesca a trovare una via per chiedere alla propria mente di fare qualcosa che vuole fare; è assorbito dalla spirale degli amori, degli incontri con parenti, amici, amici degli amici, e non riesce a focalizzarsi su niente in particolare, né su quello che conterebbe per fare una mossa qualsiasi, fuori dal recinto in cui si è messo, sperando che sposandosi sarebbe stato più libero (?) o perlomeno qualcosa su di lui e sul suo stato sarebbe stato sancito dalla società intera e dal governo.
Perché è sempre meglio non spostarsi dalla propria posizione, dal proprio tran tran di sofferenza, dolorosamente appreso. Questo idiota (nell’etimo greco di “cittadino”) sarebbe il mio lettore ideale.
Non credere ai propri pensieri e alla propria sofferenza.
Lei chi vuole che vincano, i buoni o i cattivi? Lo spiazzamento, porsi un quesito del genere è meglio, della calma sicumera.
Ma noi siamo liberi o agiamo assoggettai? Reagiamo ai comportamenti di altre persone? Alla loro rabbia con la nostra insicurezza? Alla loro tristezza con la nostra rabbia? E magari da questo vengono fuori amori opere d’arte e quando invece pensiamo di stare nella pace della nostra mente è solo perché non vediamo tutte queste spazzature inconsce che escono al momento opportuno.
Mentre quando si è assoggettati si crede di essere liberi.
Mi sento nudo, abbandonato, incapace di chiedere aiuto. Una volta, si diceva nudo, cioè senza soldi e ora sembra più la frase di Scanziani: Mi sto accorgendo che l’indigenza degli indiani non è più spaventosa della sazietà degli occidentali, poiché la sazietà è un’indigenza interiore.
Sensazione di non poter far le cose, di avere dei blocchi, di evitare di fare qualcosa per qualcosa, per paura.
Nulla accade per caso, allora perché io devo vivere, per caso? Cazzeggio?
Se un’azione ti fa stare bene, è buona. Su questo non c’è dubbio. Tutto è ritmo e musica e a volte si cresce a strappi (strapiombi! Strappi! Zac! Tagli! Bum! Arrabbiature…)
Quando si è in compagnia si è in preda all’ego che dice “posso fare tutto piuttosto che stare qui, con questi”. Si sente superiore. Mentre da soli non si trova bussola e si è preda di paura anche se non la si sente che immobilizza.
Nello scrivere bisogna ispirarsi alla vita non alla letteratura, a meno che per noi la letteratura non sia vita. Scrivere la vita interiore. La vita interiore non è letteraria, a meno che in alcuni libri che abbiamo già letto non siamo stati in contatto con la vita interiore di un autore, ma non scrivere per fare un bel lavoro di letteratura.
A qualcosa ci si rifà sempre, voi dite? Allora in quel caso conviene seguire pedissequamente quel modello, così tanto pedissequamente da farne una macchietta e quindi sconfinarlo (superarlo) completamente, mostrando semplicemente il lato ridico, convenzionale, impostato, di quel modello, allora non è già più quel modello, ma una provocazione.
Se bisogna seguire un modello, lo dobbiamo seguire in modo provocatorio, ironico, solo per sfondarlo.
La comicità, ma forse più l’umorismo, permettono uno sconfinamento immediato se è buona comicità, buon umorismo.
La provocazione non deve essere sterile, ma reinventare tutto un mondo, se possibile, o una parte di esso.
Il sonno precedente le fucilazioni come Hypnos precede le illuminazioni. Fedeltà a una linea, anche letteraria, è impossibile, tuttalpiù fedeltà al sentimento.
Sintassi libera. Non esiste errore di sintassi. Il linguaggio non è informatica. O sì?
I contratti sociali non sono basati sui sentimenti. Io mi ero sposato avevo mia moglie. L’avevo intravista solo un giorno nell’oasi del deserto e mi aveva regalato quella e altre visioni e poesie e racconti, questo era il mio sentimento, ma non valeva quasi niente finché l’anacoreta non ci sposò e diventammo marito e moglie. Iniziai quindi a smetterla coi sogni d’amore, dovevo amarla per forza, e non avevo voglia di avere con lei rapporti fisici, ora che il sogno si era trasformato in realtà, anche se ero debitore di lei di piccoli sentimenti e racconti. La piccola esplosione sanguinolenta che era la feritoia da cui entrava la sofferenza poteva essere annientata dalla spaccatura di una gelida realtà, di forme materiali e non oniriche chiamata matrimonio. Ora la donna obbediva agli ordini e al mio servizio, inaspettatamente, e soprattutto senza il merito che avrei voluto detenere, ma solamente sancito da un ordine esterno. Per questo preferivo il lupanare ai pranzi in famiglia. Quella vita esprimeva esattamente quello che volevo esprimere di me stesso e non tirava a indovinare come la scrittura degli altri. Quella era la mia scrittura, nella vita, e nella pagina, nella letteratura. Passavo il giorno a dormire.
Qualcosa deve essere sancito dal caso o dallo stato, senza quel destino la gente non accetta la presunta casualità dell’esistenza, di crearsi un destino ex lege. È ha ragione, perché questo destino non si sa come funziona, e la paura è una parte che offusca l’anima.
Ma tu mi interessi al di là del tuo ruolo di… concubina, ma è solo un sogno. Attaccamento per qualcos’altro, di qualcos’altro. Non posso esprimere con le parole perché l’inconscio non è un linguaggio anche se è articolato come un linguaggio (?).
Io non ho mai fatto caso, o non ho mai voluto far caso a queste convenzioni. Ma bisogna obbedire a qualche legge, io preferisco la legge interiore.
Nostalgia di un altro mondo. Nostalgia di un altro mondo e generi letterari.
Ciò che tu dici è razionalmente indiscutibile, ma mi piacerebbe un altro mondo.
Con te non voglio più usare nessun codice linguistico né sociale (sia mai, per carità), ma parlare così tete a tete.
Questa vita è un deserto, dove ciascuno si dà il suo tempo. La sabbia, le dune, se hai acqua, puoi fare ciò che vuoi, raccogliere le tue idee senza dover ascoltare il chiacchiericcio degli altri.
Il resto vi verrà dato in sovrappiù.
Molto di quello che facciamo lo facciamo per risparmiare soldi.
5 Lo squarcio, la luce, la fessura
In tutto questo da dove usciva la luce? Da una fessura, da una feritoia, da una figa direbbe Antonio Moresco, da una spaccatura, nel buio da cui entra luce, da cui esce vita.
C’è un tizio che si è messo in testa di voler scrivere una storia. Di imprimere una causa con un’azione affinché questo vada a cagionare effetti nelle cause di altre persone, ma così non avviene. Come fa a trovare il momento esatto in cui ciò avviene, di solito non succede.
C’è un personaggio immaginario, che quindi, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà; mettetegli il nome che più vi aggrada, quello del vostro animale domestico o del vostro ex-fidanzato. Io sarei per una storia classica di cavalieri, ma oggi vanno di moda le storie inutili. Quindi eccovi finalmente una storia inutile, assemblata quasi per caso, quando l’Eroe (che chiameremo appunto così)… fa qualcosa che non dovrebbe fare.
Ma conosciamolo meglio. L’Eroe, sì non ha una storia, perché non ha un futuro vero e proprio (il futuro è sempre in divenire e cambiamento come insegna la fisica quantistica), ha un passato, un futuro che è un grande punto interrogativo (a forma di nebulosa) e un presente fatto di stazionamento di astronavi che puntano a server, che puntano a cose che non so come si chiamano (altrimenti detto: naviga su internet). Ma ora non ci interessa, ci interessa il momentaneo.
Lo squarcio, la luce, la fessura. Siamo confusi con la vita, invece di esserne defusi, con la mente, cioè senza la mente.
Dittatura del comico, del presappochismo, della mediocrità. Dittatura dell’ambiente in cui si nasce che tende verso la mediocrità, verso la soluzione facile, la banalizzazione, la corsa verso l’uguale, l’abitudinario, il livellamento.
Come faremmo a ricrearci, come lucertole o camaleonti – impariamo molto dal mondo animale e naturale – se non con l’eternità nella scrittura. Da oggi a domani c’è un tempo breve e nello stesso tempo infinito e così da ora a un minuto, a un secondo.
Per certi libri è più la curiosità che la necessità.
Enfatizzare è una parola che uso spesso forse perché mi sembra sempre di non riuscire a dire abbastanza di qualcosa, di qualcuno; di qualsiasi cosa, secondo la mia sensibilità, ci sarebbe sempre da dire di più.

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