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Cosa domandarsi quando si scrive un racconto: gli esempi di Bolaño e Mozzi.

  • domandeprofonde
  • 23 apr 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

Il realismo o la credibilità. Insomma, cosa serve per rendere un fatto realmente accaduto fruibile da un vasto pubblico. Un’esperienza individuale universale. Qualcuno ci riesce meglio, qualcuno peggio. Roberto Bolaño, Giulio Mozzi, Amerigo Mancini.

Io per verificare o meno questo assunto ho fatto una prova tramite Facebook, che vedrete di seguito.

Roberto Bolaño ci riesce molto bene (non sarò io a dirlo, e comunque il successo lo testimonia) in Notturno Cileno e 2666, romanzi strutturati, macroscopicamente labirintici e complessi, ma microscopicamente poetici (nel periodare frase per frase, come ho già detto nei precedenti articoli.) Bolaño piace ad un pubblico che si interessa di critica letteraria, metaletteratura perché parla sopratutto di libri o ambienti letterari nei suoi libri; ma anche a chi si interessa di politica e psicologia. Bolaño riesce quindi a rendere universale e fruibile da un vasto pubblico la sua esperienza individuale di lettore, politico e vagabondo nel Cile degli anni ’60.

Stesso discorso per il nostro vivente Giulio Mozzi. Nella sua raccolta ‘Sono l’ultimo a scendere e altri racconti credibili’ riesce a rendere la sua esperienza di vita quotidiana credibile appunto e quindi fruibile, attraverso gli artifici del racconto, ad un vasto pubblico. Di nuovo rende la sua esperienza individuale universale. Chiunque scrive dovrebbe porsi questo problema: racconto di me o riesco anche a comunicare ai diversi da me? Quello che racconto può diventare collettivo?

Per vedere quanto i racconti di Mozzi sono realistici e credibili andate a vedere le risposte che ha suscitato il mio post sul gruppo di Letteratura su Facebook (qualcuno pensava che parlassi di una mia esperienza anche se citavo l’autore e la raccolta da cui l’avevo preso): https://m.facebook.com/groups/879387315410851?view=permalink&id=2709074412442123&anchor_composer=false&ref=m_notif&notif_t=feedback_reaction_generic

Comunque ecco il racconto di Mozzi a cui mi riferisco:

«Non capisco», dice l’uomo con il cappotto nero. «Lei non ha il biglietto», dice il controllore. «Facendolo a bordo, c’è l’esazione di otto euro». «Perché ho preso il treno al volo», dice l’uomo con il cappotto nero. «Con tutta questa neve, l’autobus ci ha messa una vita a portarmi in stazione». «Vede», dice il controllore, «all’azienda importa solo che lei non ha il biglietto. Non importa il perché e il percome». «Si tratta sempre di trasporti pubblici», dice l’uomo con il cappotto nero. «In che senso?», dice il controllore. «L’autobus è un trasporto pubblico», dice l’uomo con il cappotto nero. «Il treno è un trasporto pubblico. Se i trasporti pubblici non funzionano, se con due dita di neve vanno in tilt, devo rimetterci io?» «Ma l’azienda dei trasporti urbani è una cosa», dice il controllore, «e le Ferrovie sono un’altra». «Sono trasporti pubblici», dice l’uomo con il cappotto nero. «Servizi al cittadino.» «No», dice il controllore. «Sono aziende. Aziende orientate al profitto». L’uomo con il cappotto nero guarda il controllore. Il controllore abbassa gli occhi. «Non che mi piaccia», dice il controllore. «Tutto posso dire, ma non che mi piaccia». «E allora…», comincia l’uomo con il cappotto nero. «E allora», lo interrompe il controllore, «il fatto è che il compito di dire che è cambiato tutto, che non ci sono più servizi, che ci sono solo aziende che fanno i profitti, il compito di spiegare questa schifezza a tutti, sa a chi tocca?» «A chi tocca?», ripete automaticamente l’uomo con il cappotto nero. «Tocca a noi», dice il controllore. «Al personale. A noi che siamo in mezzo alla gente. Mica a loro». «Loro chi?», ripete automaticamente l’uomo con il cappotto nero. «Loro», dice il controllore puntando l’indice della destra verso l’alto. «Quelli che comandano. Loro fanno fare gli spot in televisione, dove è tutto bello. E poi mandano noi a dire che non è vero.>>.

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