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L’abolizione delle parole

  • domandeprofonde
  • 17 ott 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

La decreazione

Non pochi si sono interessati di decreazione in questo secolo. In questo momento davanti a me la raccolta di poesie Decreazione di Anne Carson. Ma come tornare a quel silenzio primordiale, prima e dopo le parole? Le parole, di certo quelle dei linguaggi moderni, e non le lingue “sacre”, sono qualcosa di provvisorio. Non per nulla, creano un sacco di conflitti. Meno la parola è precisa, cioè più la parola è vaga e meno crea conflitti. Le poesie non creano divisioni, guerre… Il discorso normale, lo crediamo oggettivo, ma crea di tutto e di più.

La Repubblica per poeti

L’uomo in quanto uomo può solo fallire, uomo e fallimento vanno di pari passo, quindi non c’è bisogno di affrettarsi. Diventerebbe comunque scomodoso (neologismo) portare avanti il progetto fino in fondo: il poeta è schivo, provocatorio, eccessivo, spavaldo, inconcludente, irresponsabile e menzognero. Immaginate una Repubblica di poeti che abolisse le parole, provateci a immaginare – c’è pure chi lo ha fatto. La confusione odierna non deve essere attribuita a un governo di poeti, comunque.

Le attività della repubblica per poeti

Per creare una crisi, che vogliamo creare, serve una parola vaga o l’assenza di parole? No, non creiamo una crisi: dovremmo spegnerci, così, nell’indistinto? Non sembra una buona non-idea. Siamo noi la ricchezza del genere umano. Almeno, perché elemosinare un lavoro, quando siamo noi la ricchezza del genere umano?

Certo, quello che per me è la morte, per un altro è la vita, o quello che per me è un piacere, per l’altro un dispiacere, e così via…

Che linguaggio userebbero?

Queste parole sarebbe meglio non esistessero affatto, non solo per esser più sgombri (e meno astici, ma anche meno ostici), rimarrebbe l’ululato incomprensibile, il suono celestiale senza poter essere descritto con dettagli e fronzoli inconclusivi. La poesia non è un fabbricare parole come vorrebbe un suo etimo, ma disfarne, farle mutare di significato in favore del vortice del suono; se si potesse cambiare significato alle parole saremmo tutti molti più contenti con questi atomi-parole ingombranti, ma inconsistenti, niente affatto indivisibili (anche gli atomi e i quanti sono stati divisi e sono argomenti divisivi). La confusione, a mio umilissimo parere, è il vero bandolo del labirinto, il caos. Non serve il dizionario, allibratore di significati spurgati e professionali. Fronteggiare è il mio progetto di fuga migliore. I giocattoli sono i costruttori di reali soluzioni nuove.

Voi volete mettermi alle strette e chiedermi, come se io avessi una identità, se sono almeno l’intestatario di questo scritto. L’intestatario è un assente programmatico. Non lo troverete mai, o lo troverete una volta sola sbriciandolo, sotto la doccia, mentre si fa una doccia di parole. In principio era il caos. Ogni idea rimane un pertugio senza importanza a partire dalla nostra nascita, espulsione impermanente. Mi date del pazzo? In tal caso sarò comunque un guaritore degli inconfessati.

Non vi garantisco una descrizione del mio stato, descriverlo significherebbe mancarlo, perderlo, renderlo superfluo. Un pazzo è semplicemente un genio che non può esprimere il suo mondo interiore. Se arrivare ad essere senza identità è una grazia, sentire di essere privi di identità è una maledizione in questo mondo, che ci chiede continuamente di avere delle opinioni, delle idee. Andare così, dunque, leggeri, volando la vita per crepacci vertiginosi di parola in parola abolita.

L’abolizione delle parole è la base per la decreazione, la fine e il fine di ogni conflitto. Fine.

 
 
 

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