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La funzione della letteratura, l’autonomia dell’arte di fronte alla morale, il giornalismo e la letteratura, il post-moderno, il romanzo e l’uso del dialetto

  • domandeprofonde
  • 21 gen 2022
  • Tempo di lettura: 13 min

La funzione della letteratura, l’autonomia dell’arte di fronte alla morale, il giornalismo e la letteratura, il post-moderno, il romanzo e l’uso del dialetto.

Se la letteratura debba essere in funzione di compromesso e ambiguità (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura) nei confronti della vita e della morale o sottoposta ad essa è un interrogativo di lunga data, perché, l’autonomia dell’arte, proclamata solo nel corso dell’ ‘800 conobbe con autori come Tolstoj e Dostoevskij, già sul nascere dell’autonomia, una riflessione ambivalente sui rapporti tra vita e arte (Raffale Donnarumma Gli immoralisti: narrativa contemporanea ed etica, in «Allegoria»).

Abbiamo visto che già nella filosofia platonica (La Repubblica) la fascinazione degli “inventori di favole” poteva, secondo Platone, distrarre i cittadini dal buon governo della città, idea che condusse alla proposta di non accogliere i nuovi “inventori di favole” che se ne presentassero alle porte. Solo con Aristotele (Poetica), sottolinea Walter Siti (Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura), si ritrovò la funzione “catartica” della poesia. Oggi i romanzi, continua Siti, mescolano la fiction alla non-fiction (Saviano e Carofiglio) con l’entrata della poesia e della letteratura nella politica e nell’impegno, ma non come minoranza a servizio del più debole ma spesso per ribadire una verità già condivisa rispondente spesso all’attuale politically correct: si fa sempre più strada l’idea che la letteratura dovrebbe essere valutata dai suoi effetti, perlopiù sperati benefici e appunto, politicamente corretti.

Cercare l’applauso degli uomini mediocri, pur essendo stata una caratteristica dei romanzi, è un’accusa posta, tra gli altri a Tasso: “le accuse che si facevano al romanzo sono le stesse che si fanno oggi alla fiction televisiva” (p.134). Le autorità si sono comunque sempre preoccupate della diffusione del romanzo.

Ciò che dunque lascia la letteratura, a partire da Pasolini e Tondelli sarebbe un senso di vuoto. Ribadendo l’autonomia e il valore estetico dell’arte con questi autori si affaccia il concetto di Postmoderno. Il romanzo di Siti il Dio impossibile sembra iscriversi in queste categorie secondo la sua definizione.

Altro problema è il voler adeguare il romanzo, considerato postmoderno, alla velocità e all’assenza di spessore delle varie forme di narrazione contemporanea. Da qui, l’invito di Siti, che inizialmente si era adeguato a questa prassi di scrittura, a liberare il romanzo da questa costrizione e funzione in cui i contemporanei lo vorrebbero costretto per aprirlo a funzioni e orizzonti critici e letterari più ampi: non per questo, continua Siti, il romanzo dovrebbe essere separato o non parlare della realtà, anzi il romanzo e la letteratura hanno sempre avuto un legame con la realtà. Ecco infatti quali sono le giustificazioni addotte da Pasolini dopo il primo processo artistico: “Ho voluto fare un documentario? (…) riporto in modo indiretto le battute dei ragazzi. Intendevo proprio presentare con perfetto verismo una delle zone più desolate di Roma”. (P.P. Pasolini, Dichiarazione alla quarta udienza del processo, 4 luglio 1956).

 Il post-moderno in Siti non è dunque lontano dalla realtà, ma alla maniera di Pasolini, giustificato proprio dalla sua realtà documentaria. Cosa cambia allora rispetto al realismo o al verismo (tirati in ballo anche da Pasolini). E in cosa si differenzierebbe per esempio da quel documento sempre in lizza con la letteratura che è il giornalismo? Il giornalismo non si è mai fatto remore, infatti, di riportare fatti scandalosi, macabri o cruenti (anzi, spesso ci ha trovato gusto) perché era deontologicamente “obbligato” a riportare i fatti.

Siti, infatti, analizza più avanti anche i rapporti tra la letteratura contemporanea e il giornalismo (p.138), rapporti burrascosi. Il giornalismo non sa delineare personaggi e ricorre spesso a termini di modo per assicurare la comunicazione veloce ai lettori. La letteratura invece delinea personaggi, narra ambiguamente e non ha bisogno di verificare i fatti; motivo per cui viene accusata sovente da non addetti ai lavori fake news (esemplare il caso di Robinson Crusoe), rispetto al giornalismo, che pure ne ha prodotte parecchie negli ultimi periodi. Sorge spontaneo citare un recente esempio di giornalismo tratto da un blog “Fiorinoscritto”, il quale viene riportato dalla Gazzetta della Spezia in merito proprio ad un avvenimento che tira in causa moralità e letteratura/spettacolo. Di recente infatti un avvenimento nella città di La Spezia rigetta luce sul dibattito dell’arte ed etica, la pronuncia di una bestemmia durante lo spettacolo 14 21 28 di Antonio Rezza, in seguito al quale il sindaco Pierluigi Peracchini ha richiamato l’attore, in quanto allo spettacolo di Rezza era presente il Vescovo, ad invitarlo a scusarsi con la cittadinanza e non ripeterla nei successivi due giorni di replica. Per quanto un fatto simile pare sia successo già dieci anni prima in altra sede, il pubblico di Rezza era ben consapevole del repertorio dell’attore, infatti la bestemmia, per quanto gli spettacoli di Rezza presentino numerose variazioni tra una replica e l’altra, sarebbe stata in copione.

Prima o poi si dovranno scrivere gli annali del teatro spezzino. Sono sempre molto interessanti e spesso saporiti, i fatti storici che hanno avuto, come teatro, i teatri spezzini. Penso a Eleonora Duse, che attorno al 1870, appena bambina, debuttava al Teatro delle Varietà, una modestissima arena coperta da una tettoia in legno, nell’area dell’attuale via Rosselli. Alla mega rissa, narrata da Giancarlo Fusco, avvenuta nel 1931 tra ufficiali e borghesi durante il secondo atto di Luci sul fondo, al teatro Politeama di piazza Verdi, demolito pochi mesi dopo. Al Poema alato declamato da Filippo Tommaso Marinetti al Teatro Civico nel 1933, sempre con rissa a scena aperta, scatenata dal tentativo – non apprezzato – del poeta futurista di evocare l’alba sul Golfo tramite versi onomatopeici e “chicchirichì” sonorizzati.

Per poi arrivare al gennaio 2022, sempre al Civico, quando le “alte cariche cittadine”, hanno censurato la bestemmia di Antonio Rezza, in seguito alla prima replica dello spettacolo 7 14 21 28, avvenuta venerdì 14, alla presenza del Vescovo. Cosa poi ci facesse un vescovo a uno spettacolo di Rezza, rimarrà per tutti noi un mistero. Della fede.

Ieri sera, durante la seconda replica, Antonio Rezza, senza uscire dalla maschera, ha saputo aprire la scomoda parentesi proprio nel punto in cui, da copione, avrebbe dovuto bestemmiare – e nel punto del palco in cui aveva bestemmiato. Inutile dire che è stato un momento di grande teatro e, al tempo stesso, un momento di sana politica. Anzi no, è utile dirlo, tanto più se a censurare l’opera d’arte è quell’altra politica, quella con la p rigorosamente minuscola. La stessa che dice di aver preteso che l’artista si debba scusare col pubblico spezzino. Ma è bene informare che se Rezza si è scusato pubblicamente, lo ha fatto per scelta, non per obbligo.

Così come ha scelto di accettare il compromesso della censura – la prima in trentacinque anni di spettacolo, triste primato per la nostra città – e di eseguire le altre due repliche spezzine con la passione e la professionalità di sempre. Ed è stata una fortuna per il pubblico spezzino. Perché 7 14 21 28 – regia di Flavia Mastrella e dello stesso Antonio Rezza, sul palco assieme a Ivan Bellavista – è sempre molto potente e attuale. Lo vidi sei anni fa a Roma e rimasi parecchio colpito. Mentre risale al 2007 la prima volta che vidi Rezza a teatro. Lo spettacolo si intitolava Io. Ricordo che mi ero seduto in prima fila, senza sapere esattamente a cosa avrei assistito. Venne il momento del quiz numerico con uno strano tabellone in velcro ed io, ingenuamente, risposi a quella che, in realtà, si rivelò una trappola.

Da quel momento, a più riprese, fui apostrofato e bullizzato dall’attore romano come «er genio der tabbellone», arrivarono palline di carta sputazzate e, raggiunto il climax, uno spettinamento esteso a tutta la prima fila – bambini compresi – con le stesse mani con cui si era appena stretto i genitali, esibiti pochi secondi prima, dal palco della piazza comunale di Arcevia. Praticamente, un battesimo. Una riflessione ricorrente nel teatro di Rezza è proprio quella sulla prepotenza dei sacramenti. E 7 14 21 28, più di altri spettacoli della coppia Rezza-Mastrella, mette in scena la grottesca e crudele realtà degli abusi sessuali commessi dietro alla tonaca – contro i quali la Chiesa ha finalmente iniziato a prendere provvedimenti molto rigidi – con fare altrettanto grottesco e crudele.

Durante lo spettacolo, Rezza è tornato più volte sulla questione, senza mai uscire dalla maschera, finché a un certo punto, dalla barcaccia, come un petardo, è esplosa la tanto agognata e sfiorata e vilipesa bestemmia. E a bestemmiare, ieri sera, è stato chi scrive. Chi scrive è credente, non bestemmiava da circa sei mesi perché aveva fatto un voto e sarebbe andato avanti benissimo senza, perché sentirsi bestemmiare gli crea malessere. Ma ha pensato bene di farlo, ieri sera, come spettatore, per una questione meramente politica. Per solidarietà all’artista ingiustamente censurato. Che poi atei e agnostici bestemmino molto di più dei credenti, è un altro mistero. Sempre della fede.

Tornando a 7 14 21 28, questa sera è la terza e ultima replica spezzina, nell’inedita versione blas-free. Andare a teatro, in questo paese, era già un atto politico di tutela dell’arte e della bellezza, assai prima della pandemia. Andarci questa sera, è un atto d’amore per la libertà dell’arte.

DAL BLOG “FIORINOSCRITTO”

Bibliografia essenziale:

Il gusto di vivere, Fusco G. e Aspesi N., Editori Laterza – Cassa di Risparmio della Spezia, 1985

Storie Leggende Curiosità Misteri della Spezia e dintorni, Della Rosa B., De Ferrari Editore, 1991

Il meglio di Gino Patroni, Longanesi e C. – Cassa di Risparmio della Spezia, 1993

Questo mostra come nel blog ci sia spazio per rivedere i fatti alla luce del proprio personale vissuto, dell’autore Matteo Fiorino, con un resoconto autobiografico e addirittura fattuale dell’autore stesso dell’articolo nella serata successiva. Si trova quindi un protagonismo, un “io poetico” che lo avvicina quasi allo “statuto letterario” (Siti, Contro l’impegno, p. 147) o artistico. Questo è solo possibile a mio parere quando si incontra un articolo su blog, più raro in un giornale tradizionale.

Il sindaco chiarisce: “Alcuni spettatori mi hanno scritto e io ho preso immediatamente le distanze. L’attore si è scusato e ha omesso quella parte. Non ero stato informato della presenza della bestemmia. Il problema non sta nei testi dissacranti, nessuna censura, ma la bestemmia no. È inaccettabile. Per quanto depenalizzata, è un illecito amministrativo. E soprattutto offende la sensibilità di molti.”

Ora, per quanto non si tratti propriamente di censura, in quanto l’autore stesso Rezza, nella serata successiva, dopo essersi volontariamente scusato, dichiara: “Ho chiarito al pubblico la mia posizione”, si tratta di un’accusa di blasfemia, che almeno nei nostri anni – contrariamente agli anni 50-70 in cui visse Pasolini – un’accusa che fa pensare e fa scalpore quasi quanto la blasfemia stessa. Quanti infatti oggi dicono o scrivono blasfemie? Per esempio, potrebbe anche Bruciare tutto, di Walter Siti, sicuramente avere le caratteristiche per essere accusato di blasfemia: esso ritrae infatti un prete, dal punto di vista umano in un’atmosfera volutamente canzonatoria e blasfema, in cui tra l’altro il prete ha un compagno, seppure naturalmente ad una più attenta lettura, il messaggio del libro non si riduce a questo accenno di trama.

Questo riporta, naturalmente, più che alla censura ad una specie di pretesa, o volontà di convincimento del gli autori, da parte del potere all’autocensura, o all’autosopprimere dai propri testi, fondamentalmente per quieto vivere, per senso comune o politically correct, contro cui l’Immoralismo citato nell’articolo di Raffaele Donnarumma fermamente si interroga se sia o meno legittimo contestarlo o perlomeno discuterlo: “la letteratura deve inquietare”, amava dire anche Antonio Tabucchi.

Il fatto della bestemmia di Rezza fa naturalmente pensare anche in questo caso più che alla censura, al convincimento da parte delle autorità, di Pier Vittorio Tondelli, già non in buona salute, a rivedere, prima di morire, il suo testo Altri Libertini, che poi conobbe una nuova edizione mondata nel 1991 soprattutto dalle bestemmie, che Tondelli ammise di aver messo in abbondanza solo per ritrarre la sua generazione (“Il linguaggio che uso risulta sì porno, sboccalato, triviale, dolcissimo o nostalgico e sembra spontaneo perché la nostra generazione è così, ma sotto vi è una attenta ricerca, del ritmo per esempio; si capisce a leggere il libro, soprattutto Viaggio, è jam session, diciamo così.” (Conversazione con Tino Pantaleoni). “Il libro denunciato si palesa luridamente blasfemo ed osceno nella triviale presentazione di un esteso repertorio di bestemmie contro le Divinità del Cristianesimo nonché gli irriferibili turpiloqui, ambientato in un clima di spregiudicata dissacrazione dei valori: onde il lettore viene violentemente stimolato verso la depravazione sessuale ed il disprezzo della religione cattolica”. (Decreto di sequestro di Altri libertini, 27 febbraio 1980).

Gli amici e in particolare l’editor Aldo Tagliaferri fecero leva proprio sul sentimento religioso di Tondelli, incipiente della degenza prima della morte, per fargli espungere alcune delle parolacce e delle bestemmie:

“La bestemmia può essere, o diventare, una anticamera alla conversione. Comunque, su un piano più modesto, discutendo con l’autore di Altri libertini cercai di tenere conto della legislazione vigente e l’esito del processo mi diede ragione. Il devoto, targato Comunione & Liberazione, che negli anni successivi si occupò dell’editing del romanzo convinse l’autore, in limine mortis, a far sparire un altro paio di bestemmie, ma questa è una questione di fede intorno alla quale sarebbe ozioso che mi soffermassi qui”. (Fabrizio Miliucci, Intervista ad Aldo Tagliaferri, «Le parole e le cose», 14 settembre 2017).

Questo ci avvicina al tipo di letteratura ironica, spesso dissacrante e parzialmente autobiografica (“mi chiamo Walter Siti, come tutti”, (Troppi Paradisi, in Il Dio impossibile, p. 689), che esprime in realtà il senso di vuoto e la mancanza di fiducia nella società e nella politica che è la letteratura post-moderna a cui alcuni romanzi di Siti e Tondelli (ma non di Pasolini, invece) sembra possano essere ascritti; l’emergere della “fine dei grandi discorsi”. In un’antologia di poesia latino americana del 1934 è stato coniato il termine post-modernismo benché l’origine del movimento sia da ritrovare in movimenti artistici e architettonici.

Entra in filosofia nell’autunno 1979 con La condizione post-moderna, di Lyotard, un rapporto al governo canadese sulla condizione del sapere nella società contemporanea, cioè che i grandi discorsi di legittimazione del sapere stiano venendo bene nell’emergere della società di massa, denunciato alcuni anni prima con la letteratura e il pensiero di Pasolini: la televisione, il trauma della guerra e la conseguente disparità tra i ruoli di genere.

I processi che lo portano alla revisione del 1955 (il primo processo artistico è del luglio ‘55 per la presidenza della procura di Milano su iniziativa del Ministero degli Interni, in cui viene citato insieme ad Aldo Garzanti e giunge ad assoluzione nel 56).

Per quanto riguarda il processo del ’49-‘52 per i fatti di Ramuscello si può tirare in causa invece il concetto espresso da Raffaele Donnarumma dell’Immoralismo: l’immoralista era infatti un romanzo di Gide (“deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della generazione borghese” L’unità, 29 ottobre 1949), sotto la cui influenza dichiarò di essere Pasolini a seguito di alcune esperienze erotiche (fatti di Ramuscello) che successivamente al processo (49-52) gli costarono l’espulsione dal pci per cui disse: “è appunto da imputarmi all’euforia del vino e della festa l’aver voluta tentare questa esperienza erotica di carattere e di origine letteraria accentuata dalla recente lettura di un romanzo di argomento omosessuale di Gide”. Tuttavia questo processo va contestualizzato nei costumi sessuali dell’Italia nel secondo dopoguerra, in cui la guerra aveva oltre ad aver registrato picco di separazioni legali tra il 1946 e il 1947 e la messa in costituzione della pratica del concubinato (art. 29 della Costituzione) produceva anche una crisi dei ruoli di genere, permaneva un’invisibilità dell’omosessualità, mentre nel contesto della guerra fredda ci fu una moralizzazione del discorso politico fino alla legge del 20 febbraio 1958 n. 75 in cui veniva sancita l’abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui.

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Secondo Raffaele Donnarumma nell’articolo citato: “l’idea che la letteratura non si limiti a rappresentare anche il male, ma gli dia voce e in qualche modo, pericolosamente, possa esercitare una funzione seduttiva e corrompitrice”. La letteratura secondo Orlando è invece ambigua, funzione di compromesso, o anche inutile, secondo Carmelo Bene, rispetto all’ethical turn registrato in letteratura nei nostri anni. Già negli stessi modernisti, però, presso cui è nato il concetto di autonomia dell’arte, si interrogano in modo ambivalente sui rapporti tra arte e vita. “Che dunque la letteratura e le forme narrative in specie debbano rispondere alla morale, cioè che debbano, a modo loro, interrogarsi su che cosa sia una vita giusta, è la norma non l’eccezione. Quello a cui assisteremmo ora, e nelle scritture contemporanee ancora più che nella critica e nella teoria, è un ritorno alla regola che, per il fatto stesso di venire dopo la breve stagione dell’autonomia, ha tratti problematici e genera fenomeni di reazione (…) Moltissimi scrittori degli ultimi decenni hanno capovolto gli schemi postmoderni dello scetticismo, dell’ironia, dell’indecidibilità, scegliendo invece di partecipare al dibattito civile, di schierarsi pubblicamente, di interrogarsi in modo esplicito, e non solo perplesso o dubitoso, sul presente”.

Siti continua, con i dovuti distinguo, un uso del dialetto inaugurato da Pasolini, ma in modo più post-moderno naturalmente, con frasi spezzate, dialoghi molto parlati, popolari sia in Scuola di nudo che Bruciare tutto, si rivela cifra stilistica ricorrente in Siti. In Troppi Paradisi invece, Siti, pone al lettore, questa avvertenza estendibile al particolare tipo di post-moderno a cui appartengono anche molti degli altri suoi romanzi: “Anche in questo romanzo il personaggio Walter Siti è da considerarsi un personaggio fittizio: la sua è una autobiografia di fatti non accaduti, un fac-simile di vita. Gli avvenimenti veri sono immersi in un flusso che li falsifica; la realtà è un progetto, e il realismo una tecnica di potere. Come nell’universo mediatico, anche qui più un fatto sembra vero più si può stare sicuri che non è accaduto in quel modo. Compaiono nel libro molti nomi e cognomi di persone note (i cosiddetti vip); tali nomi e cognomi hanno una pura funzione segnaletica, e le biografie delle persone che essi designano sono volutamente e palesemente falsificate. (…) Così funziona la post-realtà, nel regno dell’immagine, dove il prezzo da pagare per la notorietà è di essere trasformati in personaggi quasi-veri, condensatori di fantasmi”.

Questo ultimo passo avvicina anche il romanzo alla sua assimilazione odierna alla fake news, abitudine analizzata da Siti in Contro l’impegno, come abbiamo visto. Allo stesso modo, oggi, come abbiamo detto, le stesse notizie giornalistiche non sono immuni da caratterizzazioni romanzesche: come ha sottolineato siti nello stesso saggio, anche il giornalismo ha imparato qualcosa dalla letteratura, e non solo il contrario.

Anche le descrizioni in qualche modo assomigliano ad una “presa dal vero”, forse più impressionistica che neorealistica: “la statua di San Giuseppe giù in piazzetta, mentre lontanissima si intravede lattiginosa la cupola di S. Pietro…” (Troppi Paradisi, in Il Dio impossibile, p. 689) in cui agisce un personaggio donchisciottesco e a tratti anche un po’ comico di nome Walter Siti, che passa il tempo con i genitori e il fidanzato Sergio orbitando intorno ai programmi del tubo catodico televisivo, e dei romanzi che legge: “Don Chisciotte sono io, l’idealista che pensa che i mulini dovrebbero essere veramente mulini”.

Anche se, secondo la citata Avvertenza che Siti premette al libro, per cui bisogna prendere come casuali i riferimenti e sotto maschera i nomi del romanzo, sembrano contenute, ma in forma parodica – fedele alla forma romanzesca postmoderna – molte opinioni che lo stesso Siti esprime in altri luoghi, come nel pamphlet Contro l’impegno, per esempio sulla televisione generalista nel capitolo dedicato: “Le storie secondo la tv generalista”, naturalmente non giudizi di elogio dell’autore che si esprime componendo un saggio, a differenza di quelli del suo protagonista Siti, che si diverte insieme all’amante Sergio o da solo con quei talk.

A sentire l’Avvertenza, quindi, le opinioni non sarebbero quelle del Siti saggista, trattandosi di un romanzo, ma il suo pensiero si ottiene tra le righe come rovesciato parodistico, infatti nel romanzo cita Pasolini: “Pasolini Pier Paolo. L’antimediocre per eccellenza a sentir lui. Quello che ha gettato il proprio corpo nella lotta, non ha taciuto di fronte al degrado italiano e al rischio di totalitarismo; l’apostolo delle borgate, colui che è riuscito ad utilizzare la propria sessualità come uno strumento conoscitivo. Ogni giorno sul filo della spada; donne in casa che lo trattavano come un principe”.

Naturalmente, questa opinione riduttiva di Pasolini riflette il pensiero di Siti su di lui solo tenendo conto del dispositivo postmoderno romanzesco di rovesciamento parodistico e va preso invece come il pensiero del suo personaggio, anche se chiamato “Walter Siti, come tutti”.

 
 
 

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