La scrittura astratta – scrittura creativa e Zen
- domandeprofonde
- 3 ago 2022
- Tempo di lettura: 4 min
Sono stato definito razzista nei miei racconti, ma ne parleremo dopo. Mi definisco libero, anarchico, ricercatore. Perché i racconti devono essere per forza di fantasia. Io non so usare la fantasia. La realtà di tutti i giorni è già più che fantasia. Il mio è un astrattismo simile a quello dei carcerati o dei bambini (o di Kandiskij). È un astrattismo provocatorio come assemblaggio inconscio. Ero un involucro vuoto, niente dentro, niente fuori, entro cui scorreva energia, ero un volto anonimo tra la folla… Poi mi fiorì un volto. Posso essere qualcun altro per un po’ trasferirmi nel corpo di un altro, forse perché non mi piaccio. Io voglio proprio vivere così. Non scrivere costruendo personaggi ad arte, impersonalmente, che giocano il loro ruolo in una storia, ma da dentro poi non sono nessuno… un involucro vuoto… sono inventati a tavolino per non soffrire nella storia, ma solo per risolvere un omicidio; i miei personaggi devono cambiare, soffrire, esserci, altrimenti, tanto vale che siano maschere. La mia fantasia è talmente ristretta che devo scrivere di quello che ho vissuto e io ho vissuto in laghetti di inquietudine e intercapedini di infelicità fino a ora che non hanno una loro consistenza narratologica, ma una assurdità e una confusione mentale che mi permetterebbe di fare la vita dissoluta dello scrittore senza scrivere niente.
Pensavo, i miei racconti non raccontano niente perché non ho vissuto, o non ho vissuto perché i miei racconti non raccontano niente! Ho come una febbre, devo scrivere, e sono ridondante, come se Michelangelo togliendo e ritogliendo marmo dal suo blocco di marmo non diventa niente e si dissolve. Non gli rimane un’immagine unitaria. Come un cieco o ipermetrope, uno che vedendoci troppo non vede. Vede troppo e quindi non può cogliere i particolari che contano. Senza la selezione, senza il togliere, nessun oggetto può diventare artistico, rimane solo una marea di spazzatura di quello che abbiamo dentro. Il mio racconto non racconta niente. Non si può dire, quel racconto parla di… Quel racconto è una serie di immagini interne spiattellate sulla pagina senza nessi – o con nessi casuali tra loro – come un caleidoscopio che assomiglia più a un garbuglio dentro cui qualcuno – io stesso – devo trovare la luce e il bandolo della matassa. Buona la prima, io scrivo come viene. E allora è per questo che mi fate la morale. Il mio racconto non è abbastanza bello per stare al di sopra della morale. Chi si sognerebbe di dire che i grandi autori – che hanno inserito molti particolari razzisti nei loro libri – sono scritti male, o non andrebbero più letti? Sembro uno che, mentre tenta di ribellarsi, va proprio, con i suoi tentativi, sempre più a fondo nel destino che gli era segnato. Sarà una visione pessimistica, ma a volte mi pare proprio così. Non so come dire, non mi interessa avere una faccia pubblica. Più che raccontare storie anonime e magari ben costruite ma, diciamo così esangui, il mio forse malato stile di attaccamento mi impone di scrivere solo storie che esprimano la mia interiorità. Quindi i miei racconti non hanno tema, oppure hanno per tema l’assurdità e l’assenza di senso della vita. Non orchestro il racconto, nel senso che non so dove va a parare per me, posso solo affastellare degli elementi che sono per me carini da mettere in un racconto, ma non so perché lo sono. I miei racconti mostrano qualcosa che io stesso non so di me, e non so orchestrare, la mia paura, la mia insicurezza di dirigere un racconto in una maniera che io voglio. Per esempio, perché nel racconto la ragazza inizia a parlare in un’altra lingua? E io che ne so. Come dire a uno che dipinge quadri astratti per sfogare la sua creatività e espressione perché ha fatto una riga in un certo modo. Perché il protagonista mette persone a caso in prigione? Per lo stesso motivo. Quando è ambientato il racconto? Se è medioevo, va bene, ma non è medioevo, anche perché io ho una conoscenza limitata della storia. Del resto, un racconto non dimostra alcunché altrimenti sarebbe una dimostrazione scientifica, perché racconta allora? E chi lo sa. Forse racconta anche pregiudizi. Forse perché il significante è un sacco in bocca al significato e l’inconscio è articolato come un linguaggio. Come uno che ha sempre letto male e vissuto male e ora per riscuotersi dai suoi crimini inizia a scrivere narrativa, pensa di esprimersi non più con le sue azioni disastrose, ma coi suoi scritti che nel frattempo possono fare in modo di far conoscere a qualcuno quello che lui pensa, la sua interiorità e magari capire qualcosa in più di se stesso (ma l’interiorità è spesso illusoria e costruita) e magari tirare su qualche soldo. Tengo così tanto agli altri che quando i miei genitori li vedevo stare male o un minimo distanziarsi da me, li iniziavo a istruire con tutto quello che sapevo per stare meglio, magari era una mossa egoistica. Ma la mia vita non sembra avere una trama. Quindi, raccontare… Cerchiamo sempre dilemmi… Ora, non è detto che se sembra di non avere nulla di importante da raccontare… Anzi, mi sembra di averlo… ma di non riuscire a organizzare esattamente che cosa, per esprimere qualcosa…

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