Sogni, poesie: un’idea di arte (un racconto)
- domandeprofonde
- 11 giu 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 1 set 2025
Racconterò per esempio di quella volta che mi misi a scrivere poesie, mi misi, intendo di buona lena e con l’ambizione di pubblicarle, questo perché dovevo dimostrare a me stesso di essere uno scrittore, uno scrittore “riconosciuto”, “pagato”, uno scrittore che vince i concorsi. Man mano che andavo avanti la poesia mi faceva sempre più perdere me stesso nel vasto oceano dei pensieri delle immagini, delle combinazioni quasi casuali di parole che aprivano nuove strade a volte inusitate, altre volte fin troppo conosciute, come piccoli refrain. Divenne una mostruosa massa magmatica che prendeva come un’emozione troppo forte il sopravvento su di me che la scrivevo, si costruiva da sola, verso per verso, verso l’oblio: mancava infatti quello che si può dire un centro tematico come troviamo nei grandi poeti-prosatori così dovremmo chiamarli, come Eugenio Montale; per loro la poesia è come una faccenda quasi burocratica (mi si scuserà l’impertinenza, non voglio con ciò cercare di salvare il mio lavoro), o quasi operaia, un lavoro snobistico, ma pur sempre un lavoro, da impiegati del catasto, questi poeti seguono dei modelli, degli stili, dei metri, e sembrano non fare fatica emotiva, non sono stati soggiogati, altrimenti le loro poesie non potrebbero seguire una precisa scansione lungo la raccolta in base a temi, rimandi, nuclei, storie, idee, personaggi, non invece solo il caos pulsante e compulsante che avevo io e che era inservibile persino per i miei occhi! Mi mancava, mi era sempre mancata, la progettualità, in favore dell’attimo pulsante, di fuoco…!
Ma in questo modo… Che tristezza! In questo modo io perdo la nozione di vincere o perdere, di essere pensante e leggero, non me ne accorgo più! Io lotto strenuamente ma tutto mi è indifferente, mi va bene anche perdere, anzi non so più decidere quando posso dire e pensare di aver vinto e quando di aver perso. Mi equivalgo in tutto.
Questo rapporto inconsulto, inconcluso con l’altro eppure pragmaticamente concluso con gli altri, nel senso che non vedo più nessuno, ma penso di essere ancora all’inizio nello scoprire ciò che mi riserva l’altro, l’altro in effetti non finisce mai… l’uomo come defecazione, per arrivare a questa defecazione della defecazione che è l’arte, a quella masturbazione necrofila che è la poesia. Sarà solo accidia.
Forse era vero che l’arte è per chi non ha più delle idee, per quanto l’arte stellare o metafisica come mi piace chiamarla, l’arte dell’ultimo Van Gogh che quasi si vaporizza nell’aria delle grandi sale nelle sere del manicomio in un cielo stellato, è arte che ha fatto a meno delle idee, forse ha fatto a meno dell’umanità. Un’arte che ha detto di no, un’arte che ha fatto a meno dello schifo dell’uomo. La paura conseguente di una mente ghiacciata che sa solo dire sì (e mai no, mai rifiutarsi, di fare, essere, dire, celebrare, usare tutto questo schifo). La paura di una terribile e colpevole mediocrità infinita, di non essere né carne né pesce.
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