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Stato dell’Arte della Letteratura e dell’Editoria Indipendente Oggi 🔥

  • domandeprofonde
  • 14 set 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Bruciamo tutti i libri. Viva l’Illuminismo razionale!

Ora che il “mio” sito è stato risistemato e diventato un sito della Madonna, torno a fare il Critiquone! (per chi si ricorda questo nome nei miei primi interventi su internet, credo cinque, sei anni fa o poco più). “Critiquone” viene da “critica”, perché la critica mi viene bene, non quella solo a spintoni, anche quella razionale, e perché i tempi sono assurdamente strani e duri. Cioè… anche in cultura e letteratura, da cui poi discende il resto della società… Non è che deve essere obbligatorio leggere libri, anzi! Andrebbero proibiti! (🤣) Provocazione per significare che, da qua, le tendenze della letteratura odierna ci sono, ma non sono come hanno detto molti critici morenti il “nuovo realismo”, “l’iperrealismo”… Io, parlando almeno per gli esordienti trentenni della mia generazione, vedo un tipo di scrittura e storie afflitte da nostalgia, emozionalismo, volontà di impressionare il lettore. Per esempio, è nostalgico e anche emozionalista “Hamburg”, l’opera di Marco Lupo che ha vinto il premio Campiello opera prima, proveniente dal collettivo di Terra Nullius a Roma. Un libro interessante. In questo caso una casa editrice “grande” come il Saggiatore ha fatto una scelta coraggiosa, e questo è lodevole, come nel caso di “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera” di Alberto Ravasio (questo mi pare un romanzo essenzialmente generazionale, perché sì il sesso sarà anche politica, ma Pasolini lo diceva in tutt’altro modo), anche qui comunque lode a Quodlibet per il coraggio (mi dicono meraviglie anche di Bollati Boringhieri e NN editore recentemente)… Poi ci sono naturalmente le case editrici più piccole, cosiddette “indipendenti” (cui il nome del mio blog “libri indie” è in parte dedicato), come Torrerossa edizioni per esempio con “Restiamo qui quando ve ne andate”: uno dei tanti testi che si occupano di problemi sociali moderni come la disoccupazione e il precariato. Lodevolissimo, per carità, ma ripeto, secondo me (e vuole essere solo un consiglio…) se parliamo di “realismo” (ne parlano critici morenti) o parliamo di grande letteratura, anche cosiddetta “realistica” o “neorealistica”, non parliamo semplicemente di occuparsi dei poveri o dei precari per convincere il lettore di una tesi o informarlo di una un po’ generica condizione: mi vengono in mente Sciascia, Pasolini (sì, magari è nostalgia, ma bisogna imparare dalla tradizione! per poi superarla). Comunque… Sciascia, Pasolini non volevano stupire nessun lettore, non lo blandivano con immagini forti, o con il pietismo per difficili condizioni lavorative, niente affatto, nessun tentativo di emozionalismo, nessuna volontà di impressionare, insomma nessun modo di blandire il lettore per farselo amico, quasi sentendosi in colpa, carezzando il gusto di quel lettore medio empirico di un libro. NO. Sciascia era un vero Illuminista, il suo realismo era razionale! Non emozionale! Non parla al lettore indirettamente, quasi scomparendo, e celandosi dietro il narratore, per non mettere in discussione i suoi preconcetti di lettore empirici, anzi vuole, come molti della sua generazione (da cui appunto si può imparare…) cortocircuitare il lettore empirico, per mettere in discussione i suoi stessi modelli di lettura (cosa che spesso provoca l’oblio o peggio l’attacco a un libro), per fare diventare il lettore empirico un lettore modello, cioè un lettore attento, razionale, che non legge per assecondare le proprie passioni che, in modo casuale, possono provenire dall’esterno del testo stesso. Non chiede al lettore di essere letto per forza. Come dicevo, oggi, più che la democrazia, il democratismo della cultura vuole che chiunque legga e consumi parole stampate inutili. No, Sciascia, come anche Primo Levi, dicono: non te la rendo facile. Leggimi se vuoi. Leggimi se vuoi capire e imparare, assumere quello che ho vissuto e trarne qualcosa di tuo. Quindi, non c’è democratismo, la democrazia in cultura fallisce sempre, perché solo potenzialmente, e molto alla lontana, potremmo avere tutti le stesse capacità di lettura e intelligenza. Sciascia, Primo Levi, Pasolini non ammiccavano al lettore. Oggi, riprendere i temi del “neorealismo” non è certo “nuovo realismo”, perché non basta trattare un tema in modo accattivante per renderlo intelligente e reale. Saluti!

P.s. Lasciatemi sfogare altre due ulteriori constatazioni: il ruolo “mondano” dello scrittore (un tempo faceva il giornalista, per campare, prima ancora c’era il mecenatismo, oggi? La scuola sembra essere penalizzata dallo Stato), e il problema di contatto non virtuale ma geografico tra gli scrittori: manca il territorio, è aumentata, neanche a dirlo, la virtualità! Una volta (anche qui, la nostalgia), il quartiere Monteverde di Roma, quartiere povero e popolare (per capirci: dove Pasolini ambienta Ragazzi di vita), era l’ “eden” degli scrittori: lì passeggiavano insieme Pasolini con Giorgio Caproni. Gadda andò a vivere nello stesso palazzo di Attilio Bertolucci, sempre lì, nel quartiere Monteverde. Oggi, a parte alcune realtà, si è più isolati, costretti a far seguire alla mente i ritmi innaturali e forsennati di internet se ci si vuole muovere e magari far conoscere, come scrittori, sul web, e, come dicevo, scrittori del calibro di Luciano Funetta o di Lupo, non vivono di scrittura, ma fanno i librai! Ma per capire meglio questi cambiamenti anche sociali vi consiglio di leggere un articolo del blog “Bombacarta”: https://bombacarta.com/2011/06/01/cosa-fa-il-letterato-oggi/

 
 
 

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