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La vita è un aforisma

  • domandeprofonde
  • 23 giu 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Il fatto è che non volevo farmi notare prima del dovuto. E quand era il dovuto dopo così tanta assenza dalle scene? Anzi dopo un assenza talmente prolungata da farsi semplicemente riassumere in: sempre. E poi che dovuto era quel dovuto: una missione non l’avevo, non sapevo neanche cucinare, per dire. E allora, che avevo fatto per nascondermi, per realizzare il sogno di qualcun altro: volto anonimo tra la folla, mi preparavo a uscir di casa dopo essermi cucinato un merluzzo, per andare dal mio editore. Era una giornata in cui il sole filtrava tra le nuvole opaco mentre il clima era ventilato e caldo. Un ragazzina proprio nel viale del mio editore mi dice non mi guardare così. Parla con me? Sta arrivando pesantezza e umidità. Penso a Lolita, non poteva parlar con me ed io nemmeno la vedevo. Mi immagino le cose, da un po’ di tempo, come un patafisico in bicicletta. Quando c’era lei, Margherita, quando ero male in arnese e povero, mi tolse tutto quei peli dalla faccia con le pinzette delle sopracciglia e mi stavano ricrescendo male i peli dei baffi, e della barba e i peli pubici che sfoltivo con una cesoia quando mi annoiavo d’inverno e nel mio appartamento non avevo da fare niente. L ‘estate lo svago, il raccolto: sì. Ecco perché d’estate ci sentiamo così in colpa, sarà quello il vero motivo? Cicale, formiche, che favola, inutilmente ripetuta e innoportuna, sa bambini. Se Cocteau si riempisse la vasca d’oppio baudeleriano non so ma il suo paradiso artificiale era la neve che vedeva scendere da un cortile di un istituto religioso. Era un ragazzo terribile. Come il jazz di Boris Vian crepato di cuore. Quant’ anni dopo nel cosiddetto boom economico, Umberto Eco annusava Perec, magari, incomprensibile, sul jazz, su quello che per lui era, evocava il jazz. Magari lo capiremo poi perché e come le cose arrivassero al contrario e quarant’anni dopo tutte deformate in senso economicistico con pantofole e cravatte. “Se tu mi odiassi, se fossi coperto di piaghe come un lebbroso, se tu scappassi con un’altra donna, o mi picchiassi, o mi facessi patire la fame (come suona assurdo tutto ciò) io lo stesso avrei voglia di te, bisogno di te, lo stesso ti amerei”. Questa chi è Santa Teresa d’Avila? No, è Fitzgerald? Non so chi fossero entrambi. Oggi su internet si trova di tutto. Ah, comunque poteva esser l’uno per l’altro, io lo so, ma me lo dimentico. “A poco a poco la serenità del lavoro lo placò. Immergendosi nella personalità degli altri, dimenticò la sua, il che è forse il solo modo di non soffrirne. ” Chi è Paolo Volponi, Ottiero Ottiero? No, Falubert. “I due amici se la contarono prolissamente, ciascuno completando i ricordi dell’altro. E quand’ebbero finito : ‘Il nostro meglio, forse, lo abbiamo avuto allora» disse Federico. ‘Proprio allora lo abbiamo avuto, forse, il nostro meglio’ disse Deslauriers.” Bene così, i romanzi di Flaubert è meglio che finiscano. “Un parnassiano che ha scritto in prosa”, diceva qualcuno citando qualcun altro, mente l’autore di pel di carota, Jules Renard, diceva che il suo timore era di essere un giorno nient’altro che un innocuo Flaubert da salotto. Bisogna ricordare che l’Educazione sentimentale era il libro preferito di Kafka e di Alvin in Manhattan di Woody Allen. Pietro Citati dice che forse Fitzgerald si sentiva solo un personaggio dell’Educazione sentimentale nel suo infinito socramento. “Nessun uomo può scrivere versi veramente buoni se non conosce Stendhal o Flaubert”, questo è Ezra Pound. La vita era prima un teatro, come diceva Shakespeare, poi è diventata un circo, infine una giungla, ora sta diventando un’insieme di aforismi, quindi qualcosa di non vissuto come Cioran disse di Nietzsche: che non visse la sua vita. Ma tutto è già stato fatto e dunque vissuto?

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