Sensazione di una sensazione di un romanzo
- domandeprofonde
- 18 dic 2023
- Tempo di lettura: 8 min
1 Dovevo centellinare la vita, un secchio più scuro della pece, mi sporco le mani con la china, mi imbratto. Imbratto un vetro, nascondo le sigarette, sono vivo. Non mi ero mai sentito così vivo. Ancora respiro. Queste fanno male, le sigarette in un angolo, ben chiuse, il libro s’apre dove l’inchiostro è più fresco come il sangue nella ferita che mi sono fatto giocando a calcio. (Il sangue cola sull’inchiostro rinfrescandolo lambito dalla lampada ad olio e dalle candele). Vado a giocare a calcio e poi aspetterò gli altri leggendo un libro, che poi imbratterò di sangue Una strada, un’acqua danzante sull’asfalto e la mia faccia riflessa, un volo, il sangue nel ginocchio. Volo sull’acqua. 2 Leggere, fissare una pagina. Che vorrà dire leggere se non specchiarsi nel vetro magico? Fiato in quel vetro. Disegno una faccina. È agosto, eppure il gioco funziona, il sole è alto. Nel frattempo quattro teppistelli dell’apocalisse annoiati placidano per le gracidanti strade del centro. Altri sorretti dall’alcol hanno questa voglia di prendersi l’un altro, giochi e zuffe varie non si elemosinano. Come una ragazza che piace a tutti la squadra, soretta da ciò che non si può chiamare un’idea, aveva messo radici in se stessa o nella sua storia, che era anche un frammento della grande storia (e si possono chiamare radici quelle, o semplicemente, mancanze?) e io avevo messo radici in te Clodia, che eri un frammento di ogni donna. Che squallide, povere radici, già si può chiamarle tali le radici di una scrittura su di te? Ti ricordi il mio disegno sul vetro, non ero io, più un clown triste, era. La tua faccia poteva essere intrisa da Van Gogh ma mi sarei arrotolato nella tela io, per dormirci insieme.Il mio amore per te è scritto per più di metà sulle pagine o disegnato in china, ma l’altra metà invece è tutta per noi, da tenere nel ricordo e non più da vivere. Che poi vivere e amare cosa vuol dire? Due termini dimenticati, che ormai ho dimenticato anche io stesso la certezza del loro significato. Per favore, leggete Horacio Quiroga, ma fatelo lontano da tutti, in una foresta, tra le anaconde. Con un machete, a quel punto non vi serve più leggere Horacio Quiroga. Impossibile imitare, per quanto come diceva Pablo Picasso è il genio a rubare, il talento copia soltanto. Per fare lo scrittore, per scrivere insomma, non bisognerebbe semplicemente digitare, bisognerebbe capire cosa si sta facendo: bah, puah. Forse basta sopravvivere mentre si scrive senza digitare. Ad alcuni la bellezza e la libertà fanno paura, meglio la schiavitù. Se la mia vita fosse dipinta da Van Gogh forse sarebbe invivibile. Stasera ho voglia di tagliarmi un orecchio. Di dipingere. Di ritirarmi, ma c’è la mia segretaria da avvertire e un segreto. Di fatto, se avessi fatto il barbone avrei davvero seguito le orme enormi di mio padre, che era un barbone nell’anima. A chi lo sussurro questo se non alla faccina sul vetro? Intanto sto morendo d’in piedi e tutti mi dicono di continuare, te mi dici che tutti esagerano. Ogni giorno, come per annaffiare una piantina orientale, ti davo la buona notte. Così poco? Il regno vegetale, non c’è dubbio alcuno, è meglio del nostro. Quello immaginario e vegetativo ancor di più. Per questo la lasciai, avevi un gatto che sembrava una tigre e tu come lui. Era lei, era Clodia, come non farle sentire i rumori che ci separavano? La rividi un giorno e che si era trasformata sotto una nube di ghiaccioli la sua faccia era stata trasportata lontano nel tempo ed era ritornata più fresca e femminile. Come non farti sentire i rumori? Tra di noi non ce ne erano. Ma tutti loro mi dicono che io sto esagerando e te, la segretaria di mio padre, mi pare mia madre, mi piace, mia moglie l’ho lasciata. Lascio fare alle donne con me quello che vogliono. Tranne di avere una ossessiva attenzione per la salute, come mia madre e mio padre. Per essere fregato, poi, non ho problemi, anzi quasi tutti fregano meglio loro stessi. Poi, per quasi tutta la vita ho vissuto da solo in un appartamento, eccettuando la domestica che spolvera i miei libri come oggetti rari, a me tanto familiari, ciò significa che non posso raccontare alcuna storia, eccetto quella che mi è capitata riguardo alla mia malattia. Una malattia che mi accompagna dalla nascita: il bere sogni. Una foto la si può fare in un attimo, ma per quanto tempo dopo si può osservare quel capolavoro di nostalgia. Per esempio l autunno, in cui cadono le foglie e ci si dovrebbe innamorare. Si l’ autunno. Ma di chi innamorarsi? La vita, come i giornalieri di un cortometraggio, mostra punti spaiati di una lunga faticosa storia di sofferenza che sarebbe stata felice, se solo… La maggior parte della gente tira solo fiato alla bocca, chi è buono se ne sta nella sua kafkiana tana e il suo fuoco si vede dopo, quando muore. Forse cominciò quando avevo sette anni o su per giù. Ecco la storia. Mio padre non era ancora tornato, in quello stato di sovraecitazione che, per converso, arriva dopo il lavoro, preceduto da uno stato di apparentmente calma e doverosa depressione (verrebbe quindi voglia di scialacquare subito il poco ottenuto ma nel nostro caso era io risparmio a farla da padrone sulle aride viscere rattrappite senza sugo), avevo forse sette anni, dicevo, quando svenendo dalla fame mi alzai, quando ipnoticamente, dal giaciglio, in una giornata grigia coi vetri appannati e mio padre in ritardo dal lavoro mia madre lesse ad alta voce i miei compiti: Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta. Doveva essere un duro, un ricco questo Dante. Io l’amavo, di un amore malato e folle e disperato, non so se lei, mia madre, mio padre (che come sentiva mia madre stessa) tardava ad arrivare o la donna del libro, Beatrice, Bea-atroce, per me, o Dante stesso. Una notte poi la vidi: bionda, slanciata, salire sul mio letto dopo esser entrata dalla finestra era una donna alta, coi capelli ocra cinerino, eppure bellissima come una ragazza di campagna coi capelli color del fieno e un volto a forma di cuore o di sedere. Quella, risvegliatomi, era ancora mia madre, e poi la mia compagna o compagno di classe. Quella Bea-troce o Beatrice che poi era diventata divinamente un atroce maschio, e poi io stesso. Attraverso queste metamorfosi dell’immaginazione fu così che me ne dimenticai e cominciai a bere. Molti anni dopo lasciai il mio psicanalista (una sorta di partner per me) e come un’anziana signora mi misi a leggere Balzac e Annie Ernaux e capii che mi mancava un ingrediente fondamentalmente nella mia vita: la dolcezza femminile. Si, ero dolce e solo, ma aspro, artritico, pieno d’alcol (che si era per disperazione convertito in dolce marciume, è vero), ma fondamentalmente un maschilista allo stato brado e brodo e depravazione. Lo psicanalista non aveva fatto altro che diluire i miei peccati, le mie pulsioni, le mie ossessioni nascoste come avevo intuito che ero volevo far venire alla luce e vivere. Ora, la mia vita, bisogna dire, era stata fino a quel momento poco strana e molto normale, era la miniatura di una vita. Non che questo mi avesse sconvolto anzi, per me, era del tutto normale, lo psicanalista mi aveva razionalmente spiegato che cioè fossi in apprensione per la mamma che era in apprensione per mio padre e che vedessi Beatrice come un maschio, o una donna talmente bellissima da sembrare una apparizione divina, anche se il mio psicanalista non la pensava così, mi faceva rivivere le scene, calcava la mano sul maschio, che forse per me era una Beatrice che in quanto a potere che esercitava sui miei sensi, era come un padre, ma poi si tornava a Dante Alighieri… Capii che quei versi di Dante mi avevano colpito, questo sì, ma che mi mancava mia madre, mi mancava mia madre o una madre, ero un trovatello, manacava la madre a me ma anche alla nostra epoca, tutta velocemente in corsa verso una morte, tutta una cerca di paternalismo e denaro senza speranza e contiamo: a me, ma purtroppo più in generale mancava una madre. Questa la teoria a cui, provando a superare il mio psicanalista, ero dopo anni pervenuto. Fatto salvo Dante e Beatrice o Bea-atroce. Solo due ore più tardi con una fame lancinante non capivo come mio padre potesse aver scelto e in un certo senso continuare a scegliere ad ogni istante di stare con mia madre, perché infliggersi questa tortura, ma ora mi chiedo molti anni più tardi se questo fosse davvero un mio pensiero da settenne o una sensazione, un pensiero che sprigionava mio babbo quel giorno e tanti successivi. Il cattivo sono io, pensai una volta. Ancora oggi non capisco come mia madre e mio babbo stiano insieme se litigano ogni giorno, a me piace la calma, conclusi, o forse ero troppo sensibile nei confronti degli altri e poco verso me stesso. Per tutta la vita ricercai dunque lo sconcerto morboso di quella pienezza, una donna che mi desse così tanto da essere estranea e confidente nello stesso tempo e un grande altro, un padre, addirittura, da attendere. Non potendo mai generare nella realtà questa situazione la amputai e la dimenticai totalmente col bere e col mangiare fuori misura, ero diventato grasso e obeso quando trovai il primo lavoro in uno studio legale dove mi era consentito copiare documenti con una vecchia macchina da scrivere e prendere tutti i caffè corretti che volevo. Mi importava solo tornare a casa per rinfocolare l’antico segreto, leggere i libri che mi avrebbero potuto rinverdire e in qualche modo ridare in riscatto la visione dell’infanzia. Per mia fortuna dopo un corrusco periodo, pressoché corrispondente a quella che doveva essere la giovinezza, riuscii a smettere di bere. Per mia fortuna, dissero tutti coloro a cui lo confidai o che lo notarono, in vero pochi, che erano gli avventori dei bar che mi riconoscevano. Un giorno, molti anni più tardi, il medico disse che era troppo tardi la cirrosi mi aveva mangiato ogni organo, mi aspettavano pochi mesi di vita. Andai così al solito bar, mi feci un bicchiere, senza l’intenzione di pagarlo, raccontai tutta la mia storia al barista, che aveva l’aria di non capire o addirittura non sentire quanto dicevo, quasi io appartenessi a un mondo di fantasia, e lui a una distratta realtà, uscii così in strada e vedendo molte persone alla fermata dell’autobus, chiesi dove andava: Ciaccanuba!. Perfetto. Salii e dormii per tutto il viaggio sognando quella stessa donna, visione celeste dell’infanzia, qui molto più umana di un tempo, anzi una bella donna, forse quella che avrei voluto incontrare nella vita, proprio ora che dovevo morire, ma questo lo pensai appena le nebbie del sonno svanirono e mi risvegliai che la corriera era già ferma da un bel po’. Vidi una ragazza, per strada che sembrava, aveva l’aria di essere quella bella donna del sogno. Allora scesi e mentre l’autobus ripartiva, la seguii ma la vidi svanire in una delle tante vie alberate del vicino villaggio. Mi presentai alla pensione che scoprii essere di una certa Donna Rosa. E con mio grande stupore, lei, esattamente la ragazza del sogno, mi accolse per farmi vedere la mia stanza: la ragazza del sogno era la nipote di donna Rosa. La ragazza del sogno, cioè la nipote di donna Rosa, era la Morte, che mi trovò. E poi cosa succedeva che io non sapevo che lei era la Morte e le continuavo a raccontare di me le cose più belle, sperando di ingannarla, ovviamente lei se la beveva e mi amava perché le raccontai di aver visitato tutti i mondi, mentre non sospettava che anche io come lei non mi ero mai spostato dalla piccola città vicino al suo villaggio. Gli dicevo che ero un esploratore di tutti i continenti, che avevo visto tutto il mondo e conosciuto tutte le persone e le cose, e gli oggetti e i soggetti e gli alimenti e gli animali, e le piante. Lei si beveva tutto, ma anche io pensavo di essere, mentre raccontavo, e dopo un po’ anche quando ero solo, quello lì che aveva fatto tutte quelle cose e vissuto quelle avventure nei cinque continenti. In realtà ero solo stato un moderno teatrante che nella vita avrebbe sempre voluto scrivere un suo pezzo di teatro e mi tolsi quella soddisfazione lì, facendolo direttamente, oralmente e senza filtri. Mi convinsi che forse le avevo fatte davvero quelle cose là che raccontavo (ero io in una sorta di doppia personalità?) e che grazie a questo non sarei morto, è come se fossi divenuto virtualmente immortale. La mia personalità si era scissa. Quando tornai in me capii che sarei morto lì, in quel villaggio, in un luogo senza mare, e che lei, quella ragazza, era la Morte. Mi avvicinai a una spiaggia e vi trovai un amletico teschio giallo che come sembrava osservavarmi dalle orbite vuote.
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